Prefazione

Antonio DaganzoNon è possibile dimenticare quei versi sorprendenti con i quali Alejandra Pizarnik concluse una delle sue più celebri poesie, “Il risveglio”: “Signore/ La gabbia è diventata uccello/ Che farò con la paura”. Proprio la paura è lo sfondo di questa nuova silloge poetica della prolifica scrittrice madrilena Inma J. Ferrero; uno sfondo che la imparenta inequivocabilmente con la creazione della grande poeta argentina, uno sfondo a partire dal quale, l’autrice spiega tutta la potenza personale del suo canto che qui riscontra nell’angoscia una costante e tremenda accordatura. Perché se qualcosa può rischiarare questo Adagio ma non troppo è proprio la dimensione di Inma J. Ferrero come eccezionale poeta dell’angoscia.

Vertigine esistenziale per antonomasia, l’angoscia impone sempre rispetto innanzi a chi la contempla, visto che in essa riconosciamo una dialettica propria: quella che, in qualche modo, si scatena tra i nostri demoni specifici e l’esorcismo con il quale la vita non si rassegna a cedere sotto il suo influsso. L’angoscia è lotta; Inma J. Ferrero lo sa bene: “Voglio essere/ in mezzo/ a questo grido/ ambiguo”, leggiamo “Accordo turbato”, penultimo testo del libro. L’angoscia è una lotta individuale, nello stesso modo in cui il poeta canta nella solitudine l’insondabile abisso della condizione umana in mezzo al cosmo; però opere come Adagio ma non troppo ci ricordano che il poeta, la poeta in questo caso, canta sempre per tutti dalla prospettiva della creazione come redenzione della vita. E non è che in questo caso l’angoscia acquisisca risonanza collettiva. Si tratta di una finezza ancor più grande; si tratta, invero, che il conflitto del soggetto poetico, individuale e intrasferibile, coglie nel segno interpellandoci con la potenza trasversale dei suoi fantasmi.

Quale maggior trasversalità di quella della musica? Adagio ma non troppo è il titolo di questo libro di una sublime sincerità e furibonda onestà. “Lento pero no demasiado”, potrebbe tradursi in spagnolo l’indicazione del tempo di questa originale silloge che riflette la tradizionale e storica nomenclatura italiana corrispondente. Al rispetto si devono sottolineare una sfumatura e una constatazione: più che parlare di lentezza, è necessario parlare della profonda ombra del dolore che muta il volto della parola adagio; ed è oltremodo necessario chiarire il ma non troppo che circonda il titolo con sottile fermezza. Perché il verso corto e nervoso predominante dà all’opera un’agilità nel suo discorrere che fa della lentezza non tanto una velocità del movimento, quanto uno stato di coscienza. Si può avanzare a causa della lentezza dell’anima flagellata con passi ripetuti, corti e veloci, sì. E con immagini di una forza opprimente – “Il mio cuore è un ragno/ in una tela d’asfalto”; “Sono una banderuola sonnambula/ ossidata dal vento” -. Tutte quelle che popolano queste pagine nelle quali possiamo leggere “Non alzare la voce con me/ Lascia che sia triste” o “Ci sono volte/ in cui mi disturba/ il cuore”. Immagini il cui tono drammatico ottenuto da questi versi raggiunge cime come quelle che possiamo trovare nel segmento di chiusura della poesia intitolata “Ho paura”: “Cerco solo l’alba, / e la mia finestra è solo/ un vetro deforme,/ uno stridente serramanico / che mi mostra un cammino / pieno di furia.// E io, infine / sfilo / la mia pelle/ in quest’orgia/ di soli, / in questo crepitare/ arancio/ che accompagna/ la mia lastra di marmo/ e che sorride/ aspettando”. Poesie come “Mare nebuloso” o “L’accordo delle tue mani” offrono una visione appassionata dell’amore. Una visione redentrice? Il lettore lo dovrà scoprire, nello stesso modo in cui dovrà scoprire se la sconfitta senza palliativi che sembra attenderlo nell’ultima composizione “Bocca rotta”, è così. Perché il “battito in un cuore dimenticato” che incarna il soggetto poetico di Adagio ma non troppo – libro profondo e grande, libro che definisce tutto un percorso creativo – è di quelli che, nella sua oscura lotta, non si lascia vincere dalla rassegnazione: “Però percorrerò / i minuti, /percorrerò/ questa maledetta/ sfera/ coi polsi/ famelici/ di notte”...

Antonio Daganzo

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