CRISTINA CAVALLI | LA CADENZA INTIMA

Intervista condotta da: Inma J. Ferrero


Sono nata a Piacenza, in Emilia Romagna, e prima di trasferirmi a Madrid ho vissuto quasi otto anni a Roma. Ho iniziato a studiare pianoforte alle scuole elementari, ma solo dopo parecchio tempo ho capito che volevo che fosse la mia strada per la vita. Ricordo ancora che quando mia madre mi portò alla scuola di musica del paesino dove vivevo l’allora direttore le disse che il pianoforte non era adatto alla figlia di un operaio (ebbene, sì!!). Mia madre non è mai stata una che molla e allora andammo alla scuola del paese vicino. Già prima di diplomarmi al Conservatorio della mia città sentivo l’esigenza di spaziare, di cercare contemporaneamente altre vie… così ho incontrato il primo Maestro importante, Sergio Fiorentino, grandissimo pianista napoletano, e dopo di lui Pier Narciso Masi, con cui mi sono diplomata anche in Musica da Camera all’Accademia “Incontri col Maestro” di Imola.

R.P: Quando hai cominciato a studiare musica?

C.C: A nove anni, però la decisione di farne la mia vita è arrivata verso i 13.

R.P: Perché la scelta del pianoforte e non di un altro strumento?

C.C: È stata una scelta istintiva, diverse persone hanno tentato – inutilmente – di indirizzarmi verso altri strumenti. Allora in Italia era molto difficile entrare in conservatorio con il pianoforte e il direttore della scuola in cui studiavo voleva che mi dedicassi al Violino… io feci gli esami di ammissione superandoli entrambi e scelsi il pianoforte… lui non mi parlò per alcune settimane (è un ricordo divertente, e lui una persona molto intelligente con cui sono poi rimasta in contatto per tanti anni).

R.P: Nel repertorio classico. Quali sono i tuoi compositori preferiti?

C.C: Mi sento molto a mio agio con la musica tardoromantica e con certo repertorio ibero/latinoamericano. Adoro Schumann, Brahms, Scriabin, Rachmaninov, però non ho un vero preferito, passo attraverso fasi diverse: ora, dopo aver inciso e suonato in concerto molta musica del XX secolo e contemporanea, sono tornata con voglia a Chopin dopo molto tempo.

R.P: Dedichi molto tempo allo studio della tecnica?

C.C: Questa è una domanda bella e difficile a cui darò una risposta sincera. Si è detto tutto e il contrario di tutto sull’argomento tecnica… io penso sinceramente che nel senso in cui comunemente la si intende la “tecnica” non esista. Tutto è tecnica nel momento in cui è un mezzo per realizzare un certo obiettivo musicale: cambiando anche solo di pochissimo la natura e la qualità di quel che si vuol realizzare dal punto di vista sonoro/interpretativo cambia per forza di cose la “tecnica” per saperlo trasformare da idea in fatto concreto. Presupposto fondamentale per una buona tecnica è conoscere meglio possibile la musica… al di fuori di questi passi fondamentali molto spesso si chiacchiera di tante belle cose che rimangono contingenti se non precedute dalle altre due condizioni. Perché studiare gli accorgimenti per trovarmi nel miglior stato psicofisico e fare una buona performance quando non so cosa fare musicalmente e come realizzarlo fisicamente?

“…la musica sia una grande allegoria della vita…”

R.P: Come ti prepari l’elenco dei brani musicali per un recital? E come studi e approfondisci una composizione?

C.C:Cerco sempre di creare programmi che costruiscano un percorso, non necessariamente storico, ma anche fatto di assonanze, poetica, accostamenti stimolanti, e di offrire ogni volta che posso almeno un po’ di musica contemporanea . Non mi piace suonare per troppo tempo le stesse cose, preferisco cambiare per poi rivisitarle con occhi nuovi: del resto questo è uno degli aspetti più belli di questo mestiere! Preparo il nuovo repertorio cecando di individuare da subito qual è l’aspetto che voglio privilegiare, tutto il resto viene da sé. Credo si tratti più di un lavoro di pulitura del troppo che non di costruzione di qualcosa… siccome trovo disonesto rubare le parole a chi le ha pensate per primo, cito la mia ultima maestra (che in questo caso si riferiva a Bach): “È lui che deve essere, non sei tu che lo devi far diventare!”

R.P: Che concezione hai del rapporto tra il musicista e lo strumento?

C.C: La maniera in cui mi viene più spontaneo definirlo è “intimo”. Probabilmente per un musicista è il suo miglior alter ego, l’entità con cui si è più sinceri, di quella sincerità impossibile con qualunque altro confidente. Lo strumento conosce ogni recondito angolo del nostro essere, e ne presenta il conto… nel bene e nel male. Penso che la musica sia una grande allegoria della vita e la più affascinante rappresentazione del contenuto dell’animo umano.

R.P: . Qual è la tua visione del rapporto tra l’interprete e il pubblico?

C.C: È un meraviglioso scambio di energia. Uno studio ha evidenziato che in soggetti che si accingono a suonare e/o ascoltare un brano musicale le rispettive attività cerebrali si modificano fino ad assomigliars e lavorare a frequenze similii… non è semplicemente fantastico? Penso anche che il rapporto pubblico/interprete oggi dovrebbe arricchirsi di un tono un po’ più libero e meno formale, sarebbe bello fornire, accanto all’esperienza del concerto tradizionale, una modalità più libera, in cui l’artista possa parlare col pubblico, portandolo dentro e più vicino alla musica. È una cosa che io faccio sempre quando mi si concede di farlo, e ha sempre come effetto un ascolto più partecipato, interessato e attivo.

R.P: Dal punto di vista dell’interprete. Come vedi la scena musicale attuale?

C.C: Forse un po’ satura, ma mi sembra che un certo tentativo di reinvenzione si percepisca qua e là… la parte dell’Est Europa però fa molta fatica a percorrere strade nuove, si avverte ancora quella “pesantezza” che per troppo tempo è stata associata alla musica classica, mentre nella parte sud occidentale ci sono molte belle idee da coltivare.

“Penso anche che il rapporto pubblico/interprete oggi dovrebbe arricchirsi di un tono un po’ più libero e meno formale…”

R.P: Sei d’accordo sul metodo attuale per insegnare musica?

C.C: È complicato parlare di modo attuale di insegnare la musica, ogni maestro/a è un mondo a sé (e anche ogni allievo, questo ultimo particolare viene sovente dimenticato). Più in generale credo però che si dovrebbe poter contare su un corpo docente che abbia una effettiva e concreta esperienza artistica internazionale, più che su una scala di punteggi assegnati sulla base di titoli accademici e insegnamento accumulati negli anni… certamente sono parametri da tenere in considerazione ma non possono essere i soli, o ci ritroveremo invasi da una pletora di insegnanti forniti di diplomi, lauree, master ma che mancano dei requisiti fondamentali che uno studente vorrebbe trovare nei suoi maestri. Un po’ di attenzione meriterebbe anche il lato umano… gli studenti sono persone, non carne da macello. Quel che dico può sembrare eccessivo, ma ho visto troppi ragazzi e ragazze di talento massacrati da gente ignorante e frustrata.

R.P: Pensi che la musica classica sia elitaria? E il pubblico che va ai concerti?

C.C: Molte volte è ancora creduta così, ed è un errore, dovuto principalmente alla sua assenza soprattutto agli stadi primari dell’educazione: tutta l’educazione primaria dovrebbe essere proposta in forma più possibile artistica e creativa, non solo la musica. Questo vuoto difficilmente viene colmato più tardi, a meno che non si abbia la fortuna dì incappare in qualcuno che ci traghetti verso la musica per iniziativa personale… per questo sarebbe così fondamentale diffondere la musica fuori dai teatri e dagli auditorium, la musica è un tesoro di tutti e non è assolutamente vero che per poterla apprezzare sia imprescindibile una preparazione: può essere fruita a tanti livelli diversi, è ovvio che più la conosciamo più la apprezziamo, ma a volte mi è capitato di cogliere sul viso di persone che la ascoltavano per la prima volta un’espressione di inequivocabile e autentico piacere .

R.P:  Dal tuo punto di vista, cosa diresti ai giovani che iniziano con la musica?

C.C: Che se continuano a sufficienza avranno nel loro personale forziere un bene inestimabile, che anche quando non diventa una professione regala risorse sconosciute a chi non suona uno strumento. E a quelli che hanno deciso di farne la loro vita, di non farsi scoraggiare dagli scettici, e di non aver paura di cambiare quando sentono che al loro percorso manca qualcosa. Ragazzi, non fatevi usare e non permettete mai a nessuno di limitarvi!


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