PAROLE IN MUSICA. IL BEL CANTO CON CHIARA TAIGI

A cura di: Elisabetta Bagli


Per tre giorni, dal 22 al 24 ottobre, a Madrid si è svolto il “I Congresso Internazionale; l’Italiano parole in arte” presso la Facoltà di Filologia dell’Università Complutense di Madrid. L’affascinante viaggio musicale della lingua italiana in Spagna e nel mondo, è stato il motivo dominante della prima giornata d’inaugurazione di questo congresso nel quale è stata messa in risalto la potenza espressiva del nostro idioma tra poesia, letteratura, teatro e canto lirico. L’evento è stato coordinato e ideato dal Prof. Gianfranco Chicca. Per valorizzare nell’insegnamento accademico universitario la ricchezza musicale della lingua italiana, sono intervenuti la regista Liliana Taviani, la cantante lirica Chiara Taigi, l’attore e scrittore Fabio Bussotti, il poeta Pasqualino Bongiovanni, il Coro da Camera di Madrid e i docenti del dipartimento di italiano della UCM.

Per quest’occasione, ho intervistato per Proverso la cantante lirica Chiara Taigi che si è dimostrata una persona molto disponibile, attenta e sensibile.

R.P.: Qual è l’obiettivo della manifestazione e della sua presenza qui?

C.T.: L’obiettivo della manifestazione nasce dalla logica della semiotica della musica. L’invito del dott. Gianfranco Chicca è sorto per intraprendere un tipo nuovo di ricerca. L’innovazione di questa ricerca sta nel fatto che, fino ad oggi la semiotica, che ha avuto un grande sviluppo sul testo e sulla parte letteraria, si è evoluta verso la musica. La semiotica della musica si è presa cura della notazione musicale. Grazie alla mia esperienza e al mio lavoro, che mi ha dato la possibilità di partecipare a vari spettacoli con i più importanti cantanti e registi, ho notato che, all’interno di una stessa esecuzione vi era una variabilità. Per tale motivo, ci è venuto in mente di dimostrare che la semiotica della musica può essere estesa anche ad altri fattori che possono essere legati all’interpretazione del cantante, alla logica del contesto, alla logica dello scenario, alla logica delle relazioni tra i personaggi che può mutare in relazione alla singola parola. Questo è stato il motivo del test svolto di sera, nella seconda parte di questo evento. In tal modo vi è stata la possibilità di poter vedere che su ogni singola parola come nella recitazione si possono verificare “n” espressioni. E questo cosa comporta? Che se dovessimo pensare a un aspetto enciclopedico, proprio all’analisi della parte semiotica della parola, ci sarebbe da aggiungere anche la musica e il canto. Questo è quanto si è svolto in questa occasione, proprio per questo evento: prima un’analisi del contesto dell’opera, poi l’analisi del personaggio che viene interpretato e, quindi, l’analisi della sottile variazione tra il testo e il personaggio e, alla fine, si passa all’analisi degli elementi dell’interpretazione e al significante che ne deriva dall’interpretazione.

R.P.: Com’è sorta la vocazione lirica?

C.T.: La vocazione lirica nasce a causa del Papa Giovanni Paolo II. Avevo 11 anni e mezzo e dovevo andare a un’udienza con il Papa insieme alle suore della mia scuola. Io, piccolina, sapendo dell’udienza del Papa, decisi di cantare nel coro della mia scuola, la San Giovanni Battista perché avrei incontrato il Papa. All’udienza, Giovanni Paolo II si rese conto di me, delle mie doti, e disse ai miei maestri che era molto importante che io continuassi a studiare canto. Ma ero troppo piccola e non facevo parte degli ambienti vaticani. Così decise di affidarmi a un grande sacerdote e trovai un’insegnante di canto, Ivenza Fogli, che accettò di insegnare a una minorenne come me.

Da quella piccolissima età, nella quale io sconsiglio vivamente di far iniziare a cantare un bambino perché le corde vocali sono due, sono soggette ad usura ed è grande la responsabilità dei maestri, questa maestra mi condusse, piano piano, verso il mondo del Bel canto e a 18 anni vinsi quasi tre concorsi per cantante lirica, nazionali e internazionali, con una vocalità da lirico leggero. Le arie da me cantate erano, difatti della Regina della notte, di Sonnambulina, de L’Elisir d’amore, di Gilda, ovvero tutte di opere che richiedono una vocalità fresca. Ivenza Fogli mi ha accompagnato per quasi dieci anni in questa avventura e, purtroppo, è venuta a mancare proprio quando feci il mio grande debutto al Teatro Verdi di Treviso ne Il Turco in Italia di Rossini. La forza di Papa Giovanni Paolo II mi ha da sempre accompagnata nel mio percorso professionale. Anche alla sua morte canterò il Pie Jesu con la Cappella di Cracovia, mentre lui era lì esposto nel feretro vicino a me. La mia vita è legata a una forte spiritualità che si fonde nella disciplina del canto. Diciamo che sono stata adottata da un mondo di grande sacrificio. Ho vissuto per la musica, quando ho debuttato con la Desdemona a La Scala nel 2000 con Muti e per me è stato il mio matrimonio. Quando lo scorso anno, nel 2017, ho fatto 25 anni di carriera (ho iniziato nel ’92), è stato per me il sinonimo di amore, comprensione e stima come in un matrimonio riuscito. La musica ha voluto la mia vita e io sono stata felice di seguirla.

R.P.: L’opera che senti di più?

C.T.: È senz’altro La Forza del destino di Giuseppe Verdi, perché c’è questa grande spiritualità, la Vergine degli angeli, la forza della maledizione, alla fine. L’ho fatta solo una volta a Bilbao, ma mi è rimasta nel cuore. E, poi L’Otello con il maestro Muti a La Scala, con Placido Domingo e Leo Nucci, con questi grandi personaggi che rendono tutto ancor più intenso e vivo.

R.P.: E quella che ti rappresenta di più?

C.T.: Forse quella che più mi rappresenta è la Medea. Dal 2007 faccio un balzo in avanti e divento Medea per tutti. È stata una necessità e, quindi, ne ho fatto di necessità virtù. Ho avuto paura di Medea, perché l’unica Medea era la Callas e ora è la Taigi e questo mi fa un po’ paura. A La Scala ero diventata la pupilla della Tebaldi, una Regina. Placido Domingo mi presentò a lei, in un giorno in cui non portavo vestiti adeguati all’incontro; sono semplice nei costumi e nella spontaneità ed è stato proprio questo che a lei è piaciuto! La spontaneità è tutto, proprio come è avvenuto oggi, in questo evento a La Complutense. Sono una persona semplice anche se le case di moda o di gioielli mi sponsorizzano. Sono pane e pomodoro, verace, vera e romana. Non dobbiamo essere delle persone con delle ragnatele attaccate.

R.P.: In questo momento ci siamo messe a ridere insieme proprio così, spontanee e semplici e le ho detto che anch’io sono romana. Poi ha proseguito.

C.T.: Il soprannome di Mamma Roma è venuto spesso nella mia vita specie nella Medea, anche perché ho avuto la fortuna di lavorare con Lamberto Puggelli, il regista de La lupa con Anna Proclemer e della Medea con Anna Magnani. Con Puggelli ho fatto l’Andrea Chenier al Teatro Regio di Torino, la Medea, La bohéme. Ho lavorato tanto con lui.

R.P.: Che emozione!

C.T.: L’emozione è tutto, perché sto bene quando mi emoziono e curo molto le mie emozioni, il mio spirito, ma anche il mio corpo. Bisogna amarsi e mangiare come un atleta per intraprendere questa professione e non essere per forza degli armadi o dei modelli. Il cibo è importante in questa professione, così come nella vita, e bisogna curarsi, ma non per questo, come accade oggi, bisogna essere dei figurini per cantare. Adesso non sei famoso per quanto canti bene, ma perché hai perso 30 kg! Questa non è vita. Bisogna stare bene e l’alimentazione è importante in questa professione e vorrei fare dei corsi anche per poterlo far capire a coloro che vogliono intraprendere questa professione.

R.P.: Anche io devo dire ai miei figli come mangiare in questo nostro mondo e facciamo molta attenzione all’alimentazione a casa.

C.T: Brava! Sai a me piace molto parlare di botanica e di alimentazione. Hai visto prima parlavo del basilico…

R.P.: Lo adoro, è la mia pianta preferita

C.T.: La mia è il rosmarino, la pianta el ricordo che veniva posta nei cimiteri

R.P.: Il mio fiore è la violetta che viene posta nei cimiteri.

C.T.: La violetta è il manto della Madonna che da grande mamma copre tutti; perfetto, vedi che è tutto collegato? Come noi che adesso siamo qui a parlare.

Ricorda che se uno ha cuore può fare tutto. Non è detto che se uno ha carisma può fare più di un altro. Nessuno è più importante davanti a Dio, siamo tutti uguali. Ti ricordi la poesia ‘A Livella di Totò? Ascoltarla mi commuove sempre. Quando è morta la Tebaldi venne la RAI a intervistarmi e mi chiese del dualismo tra la Tebaldi e la Callas. Dissi che per me non esisteva, che era una cosa creata dai media. Quando una persona ha cuore e canta con il cuore esce sempre fuori. Nessuno è secondo di fronte a nessuno e tantomeno di fronte a Gesú Cristo. Questo ho detto il giorno in cui è morta la Tebaldi nella Chiesa di San Carlo. Ha pianto una vita quella donna per essere considerata seconda a qualcuno, ma una volta morta, di certo, non sarà seconda di fronte al Padreterno.

R.P.: Che consiglio dai ai ragazzi che si affacciano a questo mestiere?

C.T.: Il consiglio che do ai ragazzi è di togliersi dalla mani il padre google. Di padri c’è Dio, Budda, Allah, ma non google. Bisogna essere spirituali, non parlo solo di cattolicesimo, bisogna trovare la nostra verità in noi. Amarsi e amare gli altri. L’estremismo è sbagliato in ogni campo.

Ringrazio la soprano Chiara Taigi per l’onore che mi ha fatto concedendomi questa intervista in maniera semplice e spontanea, così com’è lei, di una bellezza unica, non solo fisica quanto interiore, una bellezza che traspare dai suoi occhi limpidi e dalla sua voce melodiosa e unica.

Noi di Proverso continueremo a seguirla nella sua carriera internazionale fatta di grandi successi professionali e di immense emozioni.

 

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