LA POESIA AI TEMPI DELLA PANDEMIA

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti


Come vive, come prende vita la poesia al tempo della pandemia, della clausura delle persone nelle loro case, nei propri luoghi di lavoro, senza lo slancio delle carezze, degli abbracci, dei rapporti intimi? La poesia è, e sarà sempre inattuale, sorprenderà sempre quel suo carattere che sfugge ad ogni cronaca, ad ogni contingenza. Soprattutto, non sarà mai mestiere, o professione. Non sarà mai finalizzata ad ottenere uno scopo, a raggiungere un obiettivo, a mietere successo. Il poeta vero non vive di poesia, non mangia con la poesia, ma vive per servire la poesia, umile, docile suo adepto, vive per nutrirla, servo suo fedele, suo tormento e sua cura, sua malattia e suo rimedio. La narrativa, anche quella più fantasiosa, la saggistica, i reportages giornalistici hanno altri compiti, che la poesia non ha, non cerca, non vuole: la poesia è, e sarà sempre musica, soffio vitale e fuoco dell’anima. Non va capita in senso logico, non ha bisogno di comprensione in senso semantico, ma, come miele che avvolge e s’insinua nelle pieghe dell’anima, che scivola ora denso, ora etereo, deve essere simbolico, dev’essere metafora, surrealtà, metafisicamente oltre, altrimenti è manifesto, è proclama, è cronaca.

La poesia non è fatta di materia, ma fa della materia sogno. E così, per sempre, oltre i confini infiniti della mente.

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