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LUDOVICO TRONCANETTI: «NON PENSO AD ALTRO CHE A REINCARNARE (…) LA MUSICA, SENZA MASCHERE, SENZA MANIERISMI»

Da: Inma J. Ferrero


Oggi la nostra rivista Proverso visita il pianista Ludovico Troncanetti, al quale ringraziamo per la sua attenzione, un giovane talento della musica contemporanea. Durante questa intervista rivelerà i punti chiave della sua carriera di musicista, così come i suoi progetti futuri. Iniziamo leggendo la sua biografia.

Ludovico Troncanetti, pianista, è nato a Siena nel maggio 1991. Diplomato al Liceo Classico “E.S.Piccolomini” nel 2010 ha iniziato lo studio del pianoforte a 13 anni ed appena un anno dopo è entrato al Conservatorio della sua città, studiandovi per 6 anni. Si diploma al Conservatorio “G.Verdi” di Milano dove ha anche studiato composizione col M°Gianni Possio. Nel 2009 l’incontro con Leslie Howard, pianista di fama mondiale che gli propone di studiare con lui a Londra. Ha partecipato a masterclass di pianisti quali Andrea LucchesiniLeslie Howard (Accademia di Camposampiero), Pier Narciso Masi (Accademia Corelli di Fusignano, Conservatorio di Lucca, Accademia Musicale di Firenze, Pomarance e Modena) ed Henri Sigfridsson (alla rinomata Accademia Musicale di Palazzo Ricci a Montepulciano).

Ha suonato come solista in molte realtà tra cui Siena (Accademia Chigiana, Teatro dei Rozzi, Teatro dei Rinnovati), Milano (Società del Quartetto, PianoMilanoCity, Casa Verdi, Associazione Montenapoleone), Firenze (Teatro La Pergola,  Toscana Classica al Museo di Orsanmichele e S.Stefano in Ponte Vecchio), al Teatro S.Carlo di Modena, Teatro “P.Grassi” di Cisternino, Festival “Puccini e la sua Lucca” in recital solistici e con l’Orchestra Filarmonica di Lucca, Camerata Musicale Sulmonese, Settimana della Musica di Murlo, a Torino (Teatro Vittoria, Educatorio della Provvidenza, Villa Tesoriera e Auditorium “Vivaldi”), Asti ( Istituto “G.Verdi”), Teatro Comunale di Novoli, Politeama di Seveso, Teatro “Belloni” di Barlassina, Berlino (Piano Salon Christophori), Fundacion Eutherpe, Mosca (International House of Music), Mumbai (NCPA), Pune (Pune Concert Society), Lisbona (CCT Belem), St Petersburg (Teatro Music-Hall), Dubai Festival, Piano Milano City, Reform Club di Londra, Bulgaria Chamber Hall di Sofia, Festival “Suoni dal Golfo” di Lerici, Festival Musica da Camera “Città di Lucca”, Amici della Musica di Oleggio, Monteverdi Tuscany Festival, Festival “Armonie della Magna Grecia” etc..

A Marzo 2015 ha suonato il concerto per pianoforte e orchestra op.114 di Max Reger ed un inedito per due pianoforti di Liszt/Pixis presso il prestigioso “Reform Club” di Londra con il M°Leslie Howard con cui nel 2016 ha formato un duo stabile, sia a 2 pianoforti che a 4 mani, con ingaggi in Italia e all’estero. A novembre 2016 hanno debuttato in duo a 4 mani al Teatro dei Rozzi di Siena registrando sold-out e nel gennaio 2018 hanno dato la prima assoluta italiana della Fantasia op.73 per due pianoforti di Anton Rubinstein  alla Accademia Chigiana di Siena, e la prima mondiale di un inedito di Franz Liszt presso l’NCPA di Mumbai nell’aprile 2019: Grandes Variations de concert sur un thème des Puritains, S654i. Amante e sostenitore della musica del genio ungherese Franz Liszt collabora con Leslie Howard con cui si è impegnato alla traduzione in italiano della prefazione del catalogo delle opere complete di Liszt per la casa discografica Hyperion e alla ricerca di alcune copie di rarità pianistiche lisztiane.  Il suo ampio repertorio spazia da Bach ai grandi compositori dei primi del ‘900.

Nel settembre 2019 è invitato dal M°Fabio Mastrangelo a debuttare in Russia, a St Petersburg, con il terzo concerto op.45 di Anton Rubinstein e la St Petersburg Northern Sinfonia.

Prossimamente è prevista l’incisione delle 4 Sonate per pianoforte di Anton Rubinstein per l’etichetta MOVIMENTO CLASSICAL con primo disco in uscita a Gennaio 2020.

Il 2019, tra le varie tappe, lo vedrà impegnato in Italia (Camerata Musicale Sulmonese, Società del Quartetto di Milano), India (Mumbai NCPA e Pune Concert Society), Germania, Portogallo (Centro Cultural de Belém), Russia, USA, China etc..

R.P: Puoi raccontarci quando hai sentito che la musica era parte della tua vita? Perché il pianoforte e non un altro strumento?

L.T: Come credo un pó tutti ho sempre potuto ascoltare la musica fin da piccolo. Ricordo in particolare i balletti di Tchaikovsky in vecchi vinili d’epoca che mio nonno e mio babbo ogni tanto mettevano su a casa. Tuttavia, fu soltanto verso i 13 anni che mi avvicinai con curiosità felina al pianoforte, dopo che già, qualche anno prima, ci avevo messo gli occhi attraverso un programma TV che si chiamava “Bravo Bravissimo” (titolo di un’eco evidente del Figaro barbiere Rossiniano), uno dei primi talent show molto in voga in Italia negli ultimi anni ’90 e inizi del nuovo millennio, in cui un bambino suonò l’arcinota Marcia Turca di W.A.Mozart e dopo che, in maniera totalmente casuale in una zona remota dell’Umbria dove abita tutt’ora mio cugino, lui stesso mi mostrò la sua piccola pianola su cui, con il solo dito indice, mi accennava dei motivi musicali. Fu in quel momento lì che in qualche maniera una fiamma si accese in me e, un pó per inerzia e un pó per volontà personale, iniziai questo percorso, in maniera squisitamente ludica, per scoprire come questo bizzarro strumento monocromo potesse tirar fuori una infinita gamma di sonorità e suscitarmi potenti stati d’animo. Mai e poi mai mi sarei immaginato che nel giro di pochi anni avrebbe fatto parte della mia vita ancora più radicalmente.

R.P: Qual è stato il tuo percorso artistico e professionale?

L.T: Una volta arrangiatomi per qualche mese da autodidatta, con ben pochi risultati, mi affidai ad un anno di lezioni private che un anno dopo mi portarono alla ammissione in Conservatorio a Siena dove studiai per qualche anno in contemporanea con gli studi al Liceo Classico. Finii per diplomarmi al Conservatorio “G.Verdi” di Milano iscrivendomi pure a Composizione col M°Gianni Possio. Un bellissimo periodo che ricorderò per sempre. Ho pure frequentato diverse masterclass con vari pianisti, soprattutto in Italia. In particolare molto significativo per me è stato un corso di perfezionamento a Firenze che ho intrapreso con un grande pianista camerista, che tra l’altro è originario della mia stessa città, il M°Pier Narciso Masi. A lui, così come ad un grandissimo pianista che ho conosciuto nel 2009 e con cui adesso mi son persino ritrovato a formare un duo stabile, Leslie Howard, devo non solo molto di quello che sono adesso come musicista e come persona ma anche l’aver ritrovato la forza di riprendere in mano me stesso ed il pianoforte in seguito ad un brutto periodo che psicologicamente accusai non poco. Loro sono le mie due stelle polari, loro mi hanno smontato e rimontato tecnicamente, loro mi hanno forgiato nella testa e nello spirito, loro mi hanno soprattutto trasmesso cosa significa essere musicista (ben prima che pianista!), che è ad oggi la mia ’forma mentis’ su cui impronto tutta la mia attività: la musica non va eseguita, va reincarnata.

R.P: Come definiresti il tuo stile di concertista? Quali sono le tue maggiori fonti di ispirazione?

L.T: Credo che definire il mio eventuale stile sia più compito di chi mi ascolta, francamente. Posso dirti che personalmente non penso ad altro che a reincarnare (per l’appunto!) la musica, senza maschere, senza manierismi (a mio avviso rifugio dalla scarsa personalità e immaginazione), stando alle indicazioni del compositore e trovando ispirazione davvero da tutto ciò che mi circonda , pensando a qualcuno cui voglio bene, a dei momenti passati della mia vita, cercando e sperando di poter trasmettere in toto al pubblico le sensazioni che ciascuna composizione mi suscita. Mai dimenticarsi di essere se stessi, sempre. Non siamo e né dobbiamo essere copie o individui a immagine somiglianza di come altre persone ci vorrebbero! La musica è la forma di libertà più libera!

R.P: C’è un autore prediletto, uno di quelli che la fa sentire “a casa”?

L.T: Condivido casa con 5 compositori: Ferenc Liszt, Anton Rubinstein, Piotr Ilyc Tchaikovsky e Ludwig van Beethoven, Camille Saint-Saëns . Tutti loro mi fanno parimenti sentire me stesso e umano, fortuna più unica che rara!

R.P: Scegliere di essere un musicista di professione comporta dei sacrifici, in termini personali, più di altre professioni?

L.T: Senza far retorica credo veramente che qualsiasi lavoro richieda dei grandi sacrifici, quando più quando meno, anche se fare/essere musicisti più che una professione è, passami il termine, “uno stile di vita retribuito”. Soprattutto però mi vien da dire che l’introspezione che l’essere musicista ti dà e ti porta ad attuare, almeno per quel che mi riguarda, difficilmente la puoi ritrovare in altre realtà.

R.P: Nel 2019 hai debuttato in Russia, con il terzo concerto op.45 di Anton Rubinstein e la St Petersburg Northern Sinfonia. Come è stata la tua esperienza?

L.T: Sì, tutto è successo come un fulmine a ciel sereno,ricordo ancora bene il frangente. Stavo allenandomi in palestra quando all’improvviso mi squilla su WhatsApp Fabio Mastrangelo che avevo conosciuto di sfuggita una volta a Berlino poco tempo prima per puro caso perché entrambi eravamo lì per dei concerti. Rispondo alquanto sorpreso e mi chiede ‘sei libero a metà settembre per venire a St Petersburg?” ed io “beh sì certo, a parte un impegno in Spagna ma per il resto sì “ e lui se ne esce con “ti va di inaugurare la mia stagione con la mia orchestra e il tuo Rubinstein? Scegliamo il concerto!”. Sembrava uno scherzo, rimasi senza parole! Da un sogno che avevo di voler prima o poi eseguire la musica di Rubinstein anche con l’orchestra mi ritrovo in un attimo non solo questa occasione, per altro con un’ orchestra russa, ma per di più nella città dove lui stesso fondò
nel 1862 il primo Conservatorio di Russia e dove morì nel 1894 nei pressi di Peterhoff. Altro da aggiungere?! Grande orchestra, grandissimo direttore, grande spirito di collaborazione e di voglia di far musica. Una commistione assolutamente vincente. Ciliegina sulla torta è poi stata la doppia occasione di debuttare in Germania nei pressi di Dresda, altra città cara a Rubinstein,
con quello stesso concerto e una orchestra veramente di alto livello e assai calorosa, la Elbland Philharmonie Sachsen. Anche lì, era febbraio 2020, ho avuto modo di far musica con un musicisti veramente unici, molto umani, molto capaci e anche molto generosi, nessuno escluso, dal direttore d’orchestra M°Klemm al direttore artistico Mr Herm. Esperienze, queste, che ti ripagano anche molto di più della fatica di tutti i giorni per farsi strada. Spero di avere tante altre fortunate occasioni come queste da rivivere lungo il mio cammino.

R.P: Qual è la dimensione più adatta alla tua sensibilità: il concerto con orchestra o solista?

L.T: Domanda interessante e ti risponderò in maniera curiosa. Non ho assolutamente preferenze e ti dirò perché: il pianoforte è forse l’unico strumento in grado di darti la possibilità di ricreare qualsiasi situazione musicale, riadattata, trascritta o parafrasata. Con due mani puoi immergerti in qualsiasi genere compositivo, anche di altri strumenti, di più strumenti; molti pezzi scritti per pianoforti emulano spesso altre compagini strumentali: l’orchestra, un quartetto d’archi etc. Ecco, proprio per questo che, a parte la differenza di star sul palco da solo o con gli orchestrali a seconda del genere di concerto, non c’è niente che comunque non possa godermi e ricreare al solo pianoforte quando voglio.

R.P: Hai registrato un cd sulle sonate per pianoforte 1 e 3 di Anton Rubinstein. Parlaci di questo? Cosa indicheresti come punto cruciale di questo progetto? Perché Anton Rubinstein?

L.T: Grazie ad Howard ho scoperto la produzione immensa di Rubinstein e ho cominciato a studiarmela con calma. Fui fortemente attratto da quella musica che aveva un proprio marchio di riconoscimento, uno stile sia russico tradizionale dell’epoca che tedesco, con influssi soprattutto di Schumann e Mendelssohn ma che comunque fosse sempre riconducibile ad uno carattere compositivo tipicamente ed esclusivamente di Anton, dagli accordi immensi e scomodi da suonare (Rubinstein con la sola mano sinistra era in grado di suonare una sedicesima!), L’idea di registrare le Sonate era nata dal fatto che fino al quel momento solo Howard le avesse incise tutte, nel 1980/81, e che potessi essere io, all’epoca suo protégé prima che collega, il secondo proprio dopo di lui, incoraggiato anche dal fatto che avrei fatto qualcosa di inusuale ma che comunque mi piaceva e ispirava molto e aveva avuto un riscontro più che ottimo in concerto, era un bel punto di partenza. Così a fine settembre 2018 ho registrato la prima e la terza Sonata (la più cara ad Anton stesso a suo dire, tant’è che la porto’ in concerto nel suo ciclopico tour negli Usa nel 1872/73), a ottobre 2019 venni pubblicato ufficialmente sulla rivista AMADEUS e da fine maggio 2020 nel mercato e nelle piattaforme online.

R.P: Quale momento di un progetto è più stimolante: la fase ideativa, quella di realizzazione o quando finalmente si arriva di fronte al pubblico?

L.T: Visti i tempi di gestazione piuttosto lunghi non c’è una fase che sia meno stimolante di un’altra, è un continuum. Solo vedere il prodotto finito ti dà la doppia soddisfazione di godere ed apprezzare la conclusione del percorso e di rifarti un flashback di tutto ciò che c’è stato dietro fino a quel momento.

R.P: Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti artistici? Il sogno nel cassetto?

L.T: Visto il periodo storico che stia attraversando mi auguro anzitutto di recuperare quanto è stato dovuto annullare negli ultimi mesi poi di poter continuare quanto sta in via di sviluppo e di poter realizzare ciò che sto progettando. Al momento, se tutto andrà bene, suonerò a due pianoforti THE PLANETS di Gustav Holst con Howard per la stagione concertistica del Cantiere Musicale di Montepulciano il prossimo 25 luglio, daumen! Spero di riuscire nell’impresa di registrare l’integrale pianistica di Anton Rubinstein per poter rendere giustizia a questo grande russo per troppo tempo lasciato ingiustamente in disparte e come sogno nel cassetto avrei quello di poter essere fortunato abbastanza di vedermi alla fine del mio percorso terreno soddisfatto di aver lasciato qualcosa di genuino e bello al mondo, specialmente nella musica.

R.P: Quale consiglio a un giovane pianista?

L.T: Rifletti anzitutto bene su quanto la musica pensi sia importante nella tua vita e in base a ciò agisci di conseguenza, pensa a formarti sì come musicista ma nondimeno come individuo perché entrambi questi esseri coesistono e si coadiuvano, sii sempre te stesso, mai con timore, combatti per le tue idee, sbaglia imparando e impara sbagliando, sii fedele alla musica e a te stesso e avrai buone possibilità di lasciare un bel segno. Ogni volta che hai occasione di dare un concerto sappi che sei la persona più fortunata del mondo, in quel momento, per condividire il genio ma anche il sudore di chi ha scritto quella musica e che a suo tempo non avrà forse avuto le tue stesse opportunità di farla conoscere. Siamo dei privilegiati. Reincarna la musica.

R.P: Grazie per la tua gentilezza, da Proverso ti auguriamo molti successi.

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MARIA TERESA INFANTE: «…NON È SOLO IL POETA A SVELARSI MA ANCHE IL LETTORE DEVE ESSERE DISPOSTO A METTERSI A NUDO ALTRIMENTI NON SI INSTAURA IL DIALOGO, DIVENTA UNO STERILE MONOLOGO.»

Il blog in tasca

A cura di: Inma J. Ferrero


Oggi abbiamo tra di noi, sulla rivista Proverso, un magnifica poetessa e organizzatrice culturale. Una persona piena di poesia, luce e gentilezza e molte altre cose. Volevi concederci questa intervista e ti sono molto grato.

Sebbene questa intervista approfondirà sia la sua traiettoria poetica che organizzativa, questa autrice ha un curriculum letterario parla da solo, Maria Teresa Infante.

Maria Teresa Infante vive e lavora a San Severo.

Vice Presidente dell’associazione culturale l’Oceano nell’anima. Fondatrice e presidente del Premio Internazionale di Poesia «Ciò che Caino non sa» a tema imposto, contro la violenza di genere e verso i minori.

Collaboratrice e direttrice artistica del Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea Lucius Annaeus Seneca.

Collaboratrice del mensile “Corriere di San Severo” e del “Corrierepl.it”. Redattrice della rubrica letteraria Oceano News. Responsabile editoriale di Oceano Edizioni.

Ha recensito oltre 30 sillogi poetiche, romanzi storici e di fantasia, occupandosi anche della presentazione dei volumi. Ha recensito artisti e presentato Collettive e mostre personali

Il 25 novembre 2016 Amnesty International imprime due versi tratti da »Agnese» (poesia sullo stupro da parte del branco, inserita nella silloge »C’è sempre una ragione») sul »MURO» a Busto Arsizio.

Nel mese di novembre 2019 riceve il “Premio alla cultura” De Finibus Terrae al Premio M. Caputo e M. Domenica Caroli, con il patrocinio del Comune di Lecce e Gallipoli e della biblioteca Tommaso Fiore Gnoni di Tuglie. Il riconoscimento ottenuto è soprattutto in virtù dell’opera svolta negli anni per sensibilizzare contro la violenza donne tramite l’operato di «Ciò che Caino non sa».

Il 18 dicembre 2019 presso l’Antico teatro Apollo di Lecce riceve l’Alto Riconoscimento per l’attività svolta «Premio internazionale di letteratura e poesia – Cesira Doria Ferrari” (International literature and poetry award) ad opera dell’Accademia “Italia in Arte nel Mondo” – Art and Human Rights.

Nel 2020 diviene Co-Fondatrice di WikiPoesia.

Premi (elenco parziale, primi posti)

Anno 2015

Anno 2016

Anno 2018

Anno 2019

Premi della Critica

Anno 2019

Poesie pubblicate su WikiPoesia

Pubblicazioni

  • Quando parlerai di me, 2012, ed. Rei
  • C’è sempre una ragione, 2014, ed. La Lettera scarlatta
  • Il Viaggio, 2016, Oceano Edizioni
  • Itinere, 2016, ed. Sentieri Meridiani
  • Oblaci i tišina (Nuvole e silenzio) 2017, Oceano Edizioni, distribuita in Serbia.
  • Il richiamo, 2017, Oceano Edizioni, vincitore VIII Premio Letterario Lupo.
  • Rosso sangue, 2018, Oceano Edizioni
  • Collisione d’interni, Il convivio editore 2019

Curatele:

– Ciò che Caino non sa, trilogia poetica e letteraria per sensibilizzare contro la violenza di genere, dai sottotitoli:

  • La tela di Penelope Vol. I, 2014
  • Odi et amo Vol. II, 2015
  • Amore e Psiche Vol. III, 2016

– Alexandrae, Oceano Edizioni, 2017

– Ciò che Caino non sa – Le mani dei bambini, Oceano Edizioni[3], 2018

– Terre d’Italia – Poesie e dintorni di Capitanata, Oceano Edizioni, 2019

Rubriche letterarie

Maria Teresa Infante è tradotta in Serbia nel 2013 e 2015 in varie rubriche letterarie tra cui l’antologia Majdan ed è tra gli autori di La Svolta (Prekretnica), edizione bilingue di autori serbi e italiani, presentate in Serbia a Kostolac e altre città con l’associazione nazionale dei poeti serbi.

Antologie con propri contributi

  • Umana, troppo umana, a cura di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro, 2016
  • Mi còrazon y Tu còrazon, progetto solidale per aiutare minori in difficoltà, a cura di Lorena Marcelli, 2017
  • L’amore al tempo dell’integrazione, promossa da Euterpe, progetto solidale in sostegno dello I.O.M. 2016
  • Dieci in Poesia, a cura dello scrittore-giornalista Mauro Romano, 2016
  • Adriatico, progetto benefico associazione culturale “Euterpe” di Vignaroli, Spurio, Trivak, 2017
  • Le maree della vita, progetto benefico gruppo diffusione cultura e arte, a cura di Kostka, Luraschi, Bocca, 2017
  • Paesaggi liberi a cura di Pasquale De Falco, contro la violenza sulle donne, 2018
  • Racconti pugliesi AA.VV. historika edizioni, 2018
  • Poesia: Musica ed emozione, a cura dell’Accademia dei Poeti e del Circolo Culturale Masolino da Panicale, 2018
  • Voci da dentro, Oceano Edizioni 2019

R.P: Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?

M.T.I: Non esiste un momento preciso perché forse non c’è mai stato un inizio; ogni cosa vive dentro te da sempre, inscindibile dal tuo essere. Si scrive ma ci si nasconde, per pudore, imbarazzo o perché non si ha ancora chiara la percezione di sé stessi.

Un inizio forse possiamo tracciarlo quando ho cominciato a condividere i miei scritti pubblicamente e in questo i social mi sono venuti incontro; era più o meno il 2009,  è stato un atto di coraggio in cui ho abbattuto il muro dei condizionamenti esterni, decisa ad essere solo me stessa.

R.P: Secondo te, oggi quanto è importante leggere e scrivere poesia?

M.T.I: Leggere è importante a prescindere e lo è sempre stato, in ogni epoca o contesto storico ma con la poesia andiamo oltre la semplice lettura, dando vita a un dialogo sentimentale, viscerale in cui non è solo il poeta a svelarsi ma anche il lettore deve essere disposto a mettersi a nudo altrimenti non si instaura il dialogo, diventa uno sterile monologo. Per questo il poeta deve essere un ottimo comunicatore d’interni, divenire il tramite tra il suo sentire-naturale e quello universale,  per farsi comprendere, e il lettore deve essere disposto all’accoglienza, divenendo così un tutt’uno. La poesia rende migliori, è un’arte nobile quando è retta da onestà intellettuale, quando ti appartiene e la vivi prima di scriverla.

R.P: Hai già scritto diversi libri di poesie, qual è l’argomento che ti ispira di più? Parlaci della tua poesia.

M.T.I: Ho pubblicato 7 libri di poesie, di cui uno tradotto e distribuito in Serbia nel 2017, senza contare la raccolta di poesie per bambini, oltre a un romanzo e varie antologie AA.VV.

Mi sono espressa molto contro la violenza di genere, vista la continua escalation dei femmicidi a cui assistiamo quotidianamente e anche in difesa dei diritti dei bambini, non solo in poesia ma anche con riflessioni a stampo giornalistico. É di pochi giorni fa un articolo per denunciare abusi e soprusi sui minori: https://mariateresainfante.com/2020/06/04/fasce-con-elettrodi-diritti-dimenticati-per-i-bambini/

Ma gli stati d’animo si alternano;  c’è il periodo intimistico e quello in cui il sociale prende il sopravvento. In ogni modo interviene sempre l’emozione del momento, ciò che sento sulla mia stessa pelle. Le mie poesie sono estemporanee, scritte di getto, nell’arco di una manciata di minuti. Sono la sintesi, la tesina di una  “logica sentimentale” codificata in versi.

R.P: Essere poeti vuol dire cercare un’immagine legata al sentimento o vedere il lato nascosto della realtà?

M.T.I: Credo sia entrambe le cose e tante altre ancora, c’è un universo intero in ogni verso, difficile da decriptare o incasellare. Modalità, azione e intenti sono strettamente legati alla sensibilità e alle intime necessità del poeta.

R.P: A tuo avviso come vedono il mondo i poeti e gli scrittori e che mondo sarebbe senza di loro?

M.T.I: Dovremmo chiederlo ai poeti. Una cosa è scrivere poesie, altra è essere “poeta”. Il poeta è colui che non si fa dimenticare, che lascia traccia, una scia dietro di sé. Noi ci definiamo poeti solo in relazione alla passione che ci anima e per circoscrivere l’ambito letterario nel quale interagiamo quindi non è semplice rispondere.

Certo è che, oggi più che mai, abbiamo bisogno di poeti e di poesia per fermarci e ritrovarci nella corsa spasmodica in cui l’era del digitale sembra appiattire le emozioni, deumanizzandoci. Il lirismo riesce a riportarci al sentimento, alla sosta, diventa il tramite per risvegliare la spiritualità sopita e scoprire così che poesia è in ogni forma e materializzazione del creato.

R.P: Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

M.T.I: Solo cercare di diffonderla. Non si può imporre un qualcosa che non rientri nei bisogni altrui ma possiamo fare in modo che l’uomo ne senta il bisogno e le si si avvicini. Non ho la ricetta né esistono manuali che ci indichino il metodo.

Il filosofo Galimberti afferma, provocatoriamente, che il docente per tenere alto l’interesse degli alunni debba essere “erotico”, cioè trasmettere passione per lo studio. Ecco, credo che il poeta alla stessa maniera debba risultare coinvolgente, passionale, capace di trasmettere, per mezzo della parola, una carica erotica letteraria in maniera che le sue emozioni diventino le stesse del lettore.

R.P: Hai anche organizzato diversi eventi poetici e varie antologie, a cui partecipano numerosi autori: come lavori con altri autori? Qual è la tua formula?

M.T.I: Ho organizzato molti reading poetici a vari livelli e in diverse città della penisola; sono la direttrice artistica del Premio Accademico di Letteratura Internazionale “L. A. Seneca” e da quest’anno anche del Premio Poetico contro la violenza di genere e verso i minori “Ciò che Caino non sa” ed ho quindi delle grosse responsabilità organizzative ma il lavoro è equamente diviso con il presidente della mia associazione Massimo Massa e il supporto del comitato interno. Lo stesso può dirsi per le cinque Antologie “Ciò che Caino non sa” a tema imposto in cui, solo nella trilogia hanno aderito oltre 200 autori e certo non è stato semplice portare a termine un progetto editoriale durato tre anni, ma il risultato ci ha ripagato degli sforzi. La mia formula è semplice, sono molto collaborativa e non competitiva, amo gli “assembramenti” e gli assemblamenti artistici. E soprattutto dormo quasi sempre quattro ore a notte. La notte mi ispira.

R.P: Dove è possibile acquistare i tuoi libri?

M.T.I: I miei libri sono reperibili sugli appositi siti on line; mi riferisco agli ultimi due, – gli altri ormai sono introvabili se non richiedendoli direttamente a me –  tra cui vorrei citare l’ultima silloge poetica “Collisione d’interni”, Il Convivio Editore (2019) che ho molto a cuore. Inoltre sono disponibili nelle librerie della mia provincia, compresa la Mondadori (FG) e nel barese.

R.P: Progetti per il futuro e sogni nel cassetto?

M.T.I: Progetti tanti, spero solo riesca a materializzarli. Terrò ancora al palo per un paio di anni le mie poesie inedite per pubblicare, fra qualche mese, il mio secondo romanzo “L’Arma”.

Preferisco progettare, perché si può in parte dirigere il nostro operato; i sogni invece sono ingovernabili e li ho lasciati andare.

R.P: Per chiudere l’intervista, Cosa consigli ad un giovane che vuole iniziare a scrivere?

M.T.I: Mi verrebbe da dire di vivere il proprio tempo e l’età con i piedi saldamente ancorati al suolo, di non forzare mai la mano perché ogni accadimento conosce il luogo e il tempo per il suo avvento ma… MA è anche vero che se si hanno delle predisposizioni bisogna lavorarci sopra e studiare, impegnarsi. Come l’atleta che si allena al chiuso di una palestra in attesa del campionato (deformazione professionale, da ex pallavolista). Scrivere è essenzialmente una propensione innata ma va coltivata e curata giorno per giorno; lo studio, le letture sono indispensabili per spaziare con le conoscenze e sviluppare il pensiero critico. Scrivere è meraviglioso, è aprire una finestra nel vuoto, dove nulla è,  e dipingerne paesaggi e panorami senza fine, con la propria creatività.

R.P: È stato davvero emozionante,  Maria Teresa, parlare con te delle tue poesie e di tutto il tuo lavoro nel mondo della letteratura. Noi tutti ti auguriamo di continuare a trovare sollievo e gratificazione nella scrittura. Grazie di cuore.

M.T.I: Sono io a ringraziarti per la tua attenzione e l’impegno che generosamente profondi in campo letterario. Un caro saluto a te e agli amici che ci leggeranno con l’augurio di una ritrovata serenità e normalità quotidiana dopo l’emergenza sanitaria che noi tutti abbiamo vissuto.

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SANDRA ESCUDERO: «ESCRIBO TODO EL TIEMPO PORQUE SI NO LO HICIERA ME SATURARÍA DE TANTA VIDA, EXPLOTARÍA. ESCRIBO, EN DEFINITIVA, PORQUE VIVO»

Por: Isabel Rezmo


La versatilidad es la cualidad de hacer cosas distintas. Se dice que alguien es una persona versátil cuando tiene intereses y capacidades muy diferentes entre sí. Capacidad de algo o alguien para adaptarse rápida y fácilmente a diferentes funciones. Implica la pluralidad de intereses, la iniciativa, la curiosidad, el vitalismo, en resumen, y se entiende como una característica valiosa.
Una persona versátil puede responder a diferentes desafíos y adaptarse a todo tipo de contextos. En el campo de la literatura, esta versatilidad tiene mayor alcance cuando nos encontramos con autores que se encuentran a sus anchas tanto en el género de la novela como en la poesía. Se adaptan, se desarrollan cómodamente en ambos campos, haciendo más loable su trabajo y su creatividad.
Esta semana os traemos a Proverso precisamente alguien cuya versatilidad en novela y en la poesía es evidente. Constituye en su trabajo un desafío permanente de la memoria, intuición, la sensibilidad, el certero conocimiento, la imaginación. Cualidades necesarias para acometer un trabajo serio y riguroso.
Sandra Escudero se mueve entre la novela, la poesía y la literatura infantil, y vamos a presentarla a nuestros lectores más cerca y en profundidad. Ella misma nos cuenta sus pasos en el mundo de la literatura y la cultura.

Nací en Sevilla el 2 de Abril de 1977, en plena Semana Santa sevillana. En 1988, a los once años de edad, me trasladé junto a mi familia a Madrid, residiendo un año en la capital para acabar asentándonos en Alcobendas, un pueblo al norte, municipio donde terminé mis estudios licenciándome en Económicas por la U.A.M. A los 15 años me adentré de lleno en un género tan complejo como es la poesía, con mi primer poema dedicado a mi tierra natal, “Sevilla”, poema resultado de un ejercicio de primero de BUP en clase de literatura, desde entonces la poesía me ha acompañado siempre. Actualmente cuento con cuatro libros en este registro, siendo, “No hay más
verdad que la que se siente”, el primero en publicarse y con el que pude asistir a la feria del libro de Madrid en 2015.
Los siguientes poemarios en ver la luz son; “Desde el principio” donde se recogen los primeros poemas que escribo y con el que recaudamos dinero para contribuir en la investigación contra el cáncer.
Con “Revuelta” la palabra cobra fuerza y valentía para gritarle al mundo las injusticias que el propio mundo crea, le cuenta al oído la necesidad de que le escuchen. Revuelta es un poemario social reivindicativo donde todo tiene cabida.

Y “Vive” el último poemario publicado justo en Marzo del 2020 que aún no se ha podido presentar. Vive es un canto a la vida, al momento, al presente. Es un ahora que acaricia cada segundo de la existencia humana.
Teniendo la poesía una importancia suma en mi vida no podía dejar de lado el mundo de la literatura infantil, así que en 2016 publico mi primer poemario para niños desde a 7 años con ilustraciones y poemas propios, “Aprendiendo entre rimas”, a los que le siguen “Rimando Contigo” de la misma colección, “La Peca de la Tierra” donde aprendemos lo importante que es cuidar nuestro planeta y “Donde crece el arcoíris”
donde la ilusión, la magia y la amistad cobran vida de la mano de Hada y Duende.

La novela es otro de los géneros literarios que he tocado siendo la primera publicación en Junio del 2014, “Entre alas de barro”, novela histórica con “Luz en el exilio” y novela negra con la trilogía “Arte Invertido” estando publicados los dos primeros volúmenes “La Subasta “ y “Cuenta hasta tres”.
Como la vida hay que comérsela y saborearla, ser curiosa y absorber, aprender y reinventarse, crear de todas las formas posibles que haya, este año en 2020 me he aventurado a escribir una obra completa de teatro que ya está finalizada y que espero, algún día, se represente en el gran escenario de un teatro. Un sueño que, ¿por qué no?
Se podría hacer realidad.

La familia, el amor, la verdad, la pureza, la realidad, el respeto, el honor, el cariño, la igualdad y la libertad son primordiales para que la vida fluya. Contribuye a ello. Los sueños no se deben abandonar jamás, aunque a veces nos resulte difícil soñar. Desistir puede ser una idea, pero no una realidad, siempre se puede un poco más.

RP: Buenas tardes Sandra, ¿Cómo te definirías como escritora?
SE: Buenas tardes a todos y encantadísima de poder compartir con todos vosotros un trocito de mi vida o un pedacito de mí.
Esa pregunta es difícil de contestar, ya que a menudo las personas se ven o definen a sí mismas de una manera imprecisa e incompleta que no corresponde al cien por cien con lo real, porque el resto del mundo tendrá miles de perspectivas diferentes acerca de esa misma persona. Pero entraríamos en un debate infinito e interesante sobre las diferentes aristas que tienen las miradas, la tuya propia y la de los demás.
Lo que sí puedo decir es cómo me veo yo y cómo veo yo la forma que tengo de expresarme mediante la palabra, y me encantaría que las personas que nos están leyendo pudieran opinar sobre mis libros, lo que transmito en ellos, cómo reflejo nuestro mundo a través de los versos, o de una historia que pudo o no ocurrir. Incluso me encantaría saber cómo me ven los lectores para siempre aprender y crecer de sus opiniones.
Pero ahí va: Soy una persona que escribe a corazón abierto, mezclo las durezas del alma con las durezas que la vida nos planta delante de nuestro camino. Escribo sobre lo que hay, lo que vivimos y lo que nos gustaría vivir, escribo sobre ti, sobre mí, sobre la existencia, sobre las guerras que llevamos colgadas en nuestras espaldas, sobre los que las vivieron, escribo historia, nuestra historia, las lágrimas derramadas en las transiciones cíclicas de la existencia humana. Escribo.

Escribo todo el tiempo porque si no lo hiciera me saturaría de tanta vida, explotaría. Escribo, en definitiva, porque vivo. No sé si te he respondido, espero que sí.

RP: ¿Qué significa para ti la literatura?
SE: La literatura en particular y la cultura en general para mí es la chispa de la vida. Hay un dicho que dice “La curiosidad mató al gato” pero yo siempre he creído que eso lo debió decir alguien que quisiera que ese gato no indagara, es decir, manipulación pura y dura, asustar al gato.
¿Qué es la vida sin curiosidad? Es nuestro deber instruirnos, formarnos, conocer el pasado, el presente y por qué no preguntarnos acerca de lo futuro. Es nuestro deber mantener de generación en generación la verdad de la vida que nos ha traído hasta este punto. Lo que otros hicieron, escribieron y pelearon para tener hoy nosotros esto que tenemos.
La historia es memoria, la literatura es memoria creativa y la cultura es la cumbre de la sabiduría que nos da la libertad mental que necesitamos para ser libres de alma y poder ser independientes como personas.
La literatura, es como una amiga que te agarra la mano y te acompaña en tu camino. Imprescindible.

RP: ¿En qué momento te decidiste a escribir?
SE: Pues a esta pregunta siempre respondo lo mismo porque realmente desde que tengo uso de razón estoy escribiendo, siempre he escrito, poesía antes que prosa.
Publicar me costó más trabajo, ya que no escribo para lucrarme sino para poder entender el mundo. Hay un poemita muy breve que publiqué en “Revuelta” que lo explica, se titula «Menos mal» y dice así:

<<…Menos mal que tengo tinta
para vaciarme el alma…>>

En esos dos versos creo que lo digo todo.

RP: ¿En qué campo te mueves más cómodamente?
SE: No podría dejar de escribir poesía. Creo que la poesía forma parte de mí.
RP: ¿Cómo vives los talleres para niños? ¿Qué te impulsa escribir para ellos?
SE: Los talleres los vivo con mucha ilusión y algo de nerviosismo porque los niños son los grandes conocedores de la verdad, son transparentes. Un niño siempre te mirará fijamente y te dirá lo que piensa y siente sin filtros. Por lo que es un aprendizaje constante para mí trabajar con ellos.
Es muy divertido preparar los talleres y las presentaciones infantiles porque sale, más si cabe, la niña que llevo dentro y la creatividad aflora llenando de magia esa hora o ese espacio donde estoy con ellos.
Me impulsó a escribir poesía infantil, aparte de que echaba de menos ese género en las publicaciones para niños, mi madre. Recuerdo un viaje en coche desde Madrid a Sevilla, donde íbamos mi padre y mi pareja en la parte delantera del coche y mi madre y yo detrás. Y cómo un juego comenzamos a hacer rimas intercalando versos, mi madre decía un verso y yo lo seguía y salieron poemas divertidísimos, con ritmo y cargados de vida. Nos hartamos de reír y pensé que todos los niños del mundo tenían que conocer la poesía.
Los poemas infantiles, al igual que los poemas para adultos, son eso, poemas, poesía. El ofrecerle al niño la posibilidad de ver la vida desde un punto de vista diferente, dotarle de una sensibilidad especial para comprender las cosas, ofrecerle la oportunidad de crear y contar lo que ve desde una visión más profunda y que el niño o la niña, pueda pensar y entender por sí mismo desarrollando una capacidad crítica con su entorno, una capacidad asociativa, ya que la imagen juega un papel importante en la poesía infantil, metáforas cargadas de aprendizaje.
El pensar que quizá se estaba privando a los más pequeños de poesía me impulsó a publicar para ellos.
RP: Escribes para niños, se suele decir que los niños son más exigentes que los adultos ¿Cuál es tu impresión?
SE: No es que sean más exigentes es que no te mienten, y eso, a algunos adultos les aterra. Intento ser siempre pulcra en la escritura, pulcra en la gramática y ortografía siempre tanto para niños como adultos. Los niños te piden sin pedir, por supuesto, que les des lo que ellos nos dan, verdad, alegría, cantidad, calidad y curiosidad.

RP: ¿Crees que con la cantidad de autores que hay en la actualidad, la poesía está colapsada?
SE: Creo que hay mucho verso fácil. La poesía en sí debe tener pureza. No debemos menospreciarla. También es verdad que quien quiere estudiar y aprender poesía de verdad investiga y experimenta con los ilustres que a lo
largo de los años le han dado forma a la poesía, estudia a los contemporáneos y no se queda en los típicos versos de carpeta de instituto que todos hemos escrito, no en un libro sino en eso, una carpeta de instituto.
Aunque es el lector quien debe cultivar su mente y decidir qué lee, ya que hoy en día las editoriales, no todas claro está, tienen menos filtro cultural y más filtro comercial.

RP: ¿Podemos encontrar alguna semejanza en la novela con respecto a la poesía?
SE: Sí. De hecho, muchas de las personas que han leído mis novelas me han preguntado que si escribo poesía. Eso me gusta. Es la sensibilidad con la que se escribe.
RP: ¿Qué obra propia te ha marcado más?
SE: Como te comentaba antes escribo a corazón abierto por lo que cada obra es especial para mí, pero si tengo que decidirme por alguna sería Revuelta, por la potencia social y el carácter reivindicativo que la caracteriza y por la manera de presentarla, ya que uní, música con la expresividad corporal de cuatro buenísimos actores para expresar lo que mis palabras contenían. Salió algo espectacular. Precioso.

RP: ¿Cómo has sentido lo que está ocurriendo con el COVD-19? ¿En estos meses te ha afectado en tu propia producción o actividad personal?
SE: Lo que ha ocurrido y está ocurriendo con este virus que nos ha llegado de pronto es algo horrible. Lo he vivido con mucha impotencia porque me hubiese gustado ayudar más de lo que lo he hecho. En la medida de lo posible he intentado aportar cosas a la sociedad que tanto está sufriendo, he escrito cartas para los enfermos que estaban aislados en los hospitales e incluso mandado poemas, he escrito cartas también para los profesionales sanitarios que tanto han dado, y siguen dando, dentro de una estructura sanitaria pública demacrada por los recortes que los gobiernos pasados han hecho y que nos han llevado a tener una sanidad pública deficitaria.
He salido como todos a las ventanas a aplaudir, hemos colaborado con bolsas de comida para los que se han quedado sin poder ingresar ni siquiera lo suficiente para poder comer y alimentar a sus familias. He llorado desde el sofá viendo cómo se llenaba el Palacio de hielo de Madrid y también he llorado con las familias que no se han podido despedir.
He llorado, esta vez de alegría, cuando alguien salía de la UCI y era vitoreado por enfermeros agotados y cansados, exhaustos, pero con la fuerza necesaria para mantenerse en pie para nosotros, para continuar cuidándonos.Quizá seamos todos un poco más solidarios y responsables, y demos importancia a lo que la tiene y no a tanta superficialidad que estaba y está asfixiándonos.En cuanto a literatura he leído mucho y escrito mucho, tanto que ha nacido mi primera obra completa de teatro.
Hemos hecho talleres para los peques y presentaciones vía Facebook e Instagram, entrevistas on-line y entrevistas de radio por teléfono. Así que bueno no hay que parar, aunque estemos en casa.

RP ¿Proyectos a corto plazo?
SE: Los proyectos a corto son: primero presentar las obras que teníamos previstas para este año y no han podido presentarse como el segundo volumen “Cuenta hasta tres” de la trilogía “Arte Invertido”, el poemario “Vive” que se iba a haber presentado en forma de espectáculo en el teatro Cervantes de Alcalá de Henares, y los cuentos infantiles “La peca de la tierra” con el que nos aventuraremos en teatro musical infantil y “Donde crece el arcoíris” un cuento precioso que será presentado con títeres.
Me encantaría llevar el espectáculo que hicimos con Revuelta a todas las comunidades autónomas y que no se quede solo aquí en Madrid.
Y ya, por último, y sé que esto sería un sueño hecho realidad, pero que haríamos sin soñar y perseguir esos sueños, representar en un gran escenario, la obra de teatro “VENTANAS” que he escrito en estos meses de cuarentena.
RP: Gracias Sandra por acercarte a nosotros.
SE: Gracias a vosotros por querer compartir conmigo un espacio en Proverso. Gracias siempre a los que sabéis escuchar.

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MABEL ZAVES: «LA POESÍA ES LA FUERZA INTERIOR QUE IMPRIME AL POETA, LA NECESIDAD DE COMUNICARSE CON LOS DEMÁS.»

Por: Isabel Rezmo


Estos días de confinamiento, nos obliga a mantener un análisis de nuestras emociones, de lo que hemos hecho antes de que se imponga esta «normalidad». Hemos querido desde la tranquilidad de estos días, en el que se han suspendido actos poéticos, y culturales, hablar con los poetas de forma más íntima, y valorar un poco su trayectoria, sus impresiones.

Hoy traemos a la poeta sevillana Mabel Zaves, una poeta con una trayectoria importante en cuanto encuentros e intercambios poéticos y culturales con el norte de Marruecos. Hemos querido presentarla a nuestros lectores de Proverso:

Mabel Zaves nació en Vícar, Almería (España) y dio sus primeros pasos en la poesía con el Primer Premio en el XII Concurso Juvenil de Literatura de Almería. Reside en Sevilla.
Es autora del poemario Espejos Convergentes (2013), participa como coautora en Fotografía en verso (2014), en Encuentro de los poetas del Mediterráneo (2014), en las antologías Grito de Mujer de Cádiz (2015), IV Recital Sierra Morena Poesía (2015), Quejío, Córdoba con Grito de Mujer (2015, 2016 2017, 2019), Úbeda (2015, 2017,2019).

Ha publicado en la Revista Multilingüe ILA en árabe y español (Tánger, 2013-2015) y en la Revista Jordana Qabaqaosayn (Amman, 2019). Asistió al Primer Encuentro Internacional de Poesía Multiétnica Al-Ándalus Plural y el Mabreb (Sevilla, 2012), al Primer Encuentro de Poetas del Mediterráneo (Tánger, 2014), al 8º y 9º Encuentro Internacional de Poesía y Artes Plásticas (Guercif, 2015, 2016), al II, IV y VI Encuentro Internacional de Poesía (Úbeda, 2015, 2017, 2019) y a la VI Edición del Festival de Poesía del Mediterráneo (M’diq, Tetuán, Marruecos, 2019).

Actualmente, es miembro de AUTORES en La Sala El Cachorro y en La Sala Akelarre de Sevilla. Participa de forma activa en eventos poéticos, culturales, humanitarios y solidarios.

Ell es la expresión de que la poesía es sobre todo comunicación y aprendizaje.

RP: ¿Qué es para ti la poesía? ¿Cómo influye en tu día a día?

MZ: Para mí la poesía es la fuerza interior que imprime al poeta la necesidad de comunicarse con los demás utilizando la palabra como vía en la composición artística, que puede versar tanto sobre la belleza como sobre la anti-belleza del mundo que nos rodea.

Pienso que los poetas tenemos una sensibilidad especial y una necesidad de comunicarnos que está siempre presente y marca nuestro día a día.

RP: ¿Autores que te hayan marcado?

MZ: Homero, Gustavo Adolfo Bécquer, Federico García Lorca, Miguel Hernández y Antonio Machado

RP: ¿Cuál es el último libro que te has leído?

MZ: La antología poética El último apaga la luz y Poesía y antipoesía de Nicanor Parra. Los he leído varias veces durante el confinamiento. Unas lecturas que recomiendo.

RP: ¿Cuál es tu opinión de la poesía actual? ¿Como ves el mundo poético que te rodea?

MZ: En la poesía actual observo dos tendencias: los poetas que escriben siguiendo la métrica y el ritmo del verso y los poetas que consideran estos aspectos desfasados y que no los siguen en su escritura.

El mundo poético que me rodea es muy diverso y observo la existencia de agrupaciones y/o asociaciones que intentan crear escuela en el entorno que se mueven, aunque permiten cierta permeabilidad y se produce el trasvase entre ellas en cuanto a algunas de las publicaciones y actos organizados, junto a otros poetas que son más independientes y que van más por libre.

RP: Has asistido a eventos en Marruecos, mantienes o has mantenido una estrecha relación y de intercambio cultural ¿Cómo se vive la poesía allá?

MZ: En septiembre de 2012, entré en contacto con la poesía marroquí a través de un evento organizado en Sevilla, al que asistieron varios poetas de Marruecos. Desde entonces mantengo un contacto estrecho con algunos de ellos: Mohamed Ahmed Bennis y Fatima Zahra Bennis, ampliado después a Hafid Elmtouni y Hanan Shahin, que me ha abierto las puertas a tener un intercambio poético-cultural constante con Marruecos y con otros países árabes, participando en varios Encuentros Poéticos en las ciudades de Tánger, Guercif y Tetuán (y estando invitada a otros países que no pude asistir por impedimentos laborales), con poemas bilingües en árabe
y español.

Desde entonces, mantengo una colaboración especial con el poeta marroquí Mohamed Ahmed Bennis, con el que he colaborado supervisando algunas de sus traducciones al español y él traduciendo algunos de mis poemas al árabe. También he publicado poemas bilingües, español-árabe, en varias revistas digitales de Marruecos, Jordania y Egipto. Igualmente, inicie la escritura de un poemario bilingüe con Hafid Elmtouni que al final decayó, aunque la primera parte fue dada a conocer en un Encuentro en Guercif.

La poesía en los países árabes es todo un acontecimiento sociocultural, con apoyo económico para los Festivales y Encuentros que se celebran allí, para que puedan participar poetas de otros países y es una verdadera fuente de intercambio muy enriquecedora. Se genera una corriente muy positiva entre los poetas participantes, creando lazos que perduran en el tiempo.

RP: ¿Crees que existe una buena conexión cultural entre ambos países?

MZ: Pienso que sí, que se producen encuentros muy enriquecedores y con cierta regularidad entre ambas culturas, principalmente fomentadas desde las ciudades andaluzas y desde las ciudades del Norte de Marruecos, a través de asociaciones y organismos hispano-marroquís-árabes.

RP: Estos días que hemos vivido un periodo de pandemia y confinamiento, ¿crees que hemos vuelto a reencontrarnos con la emoción pura sin aditivos, sin elucubraciones?

MZ:Pienso que los días vividos en confinamiento han servido para reflexionar y reencontrarnos con nosotros mismos, en estado puro, sin aditivos ni edulcorantes, lo que no quiere decir sin elucubraciones, ya que esto último lo estamos observando en una parte de la población en el proceso de desescalada.

RP: Una vez que volvamos a la normalidad ¿En qué modo cambiará nuestra manera de comunicarnos?

MZ: En mi opinión, estamos desarrollando una cierta desconfianza hacia los otros por el miedo al contagio, que va a marcar el mantenimiento de las distancias de seguridad durante un periodo indefinido cuando volvamos a la nueva normalidad, aunque hay un sector de la población que no es permeable a las medidas que se están tomando. De alguna forma, estas vivencias están haciendo que estemos cambiando nuestra forma de comunicarnos, ya que no somos inmunes al sufrimiento, aunque sea ajeno, padecido en las familias por la muerte de personas con Covid-19, aunque esto no es válido para todos los ciudadanos, hay una parte de la sociedad que vive de espaldas a estos acontecimientos y lo estamos observando a diario.

RP: ¿Proyectos, o planes que tengas desde el punto de vista literario o cultural?

Mz: Actualmente, estoy finalizando un poemario que inicié en enero de 2018, sobre el tema de la muerte y devastación que traerá al Planeta la forma de comportarnos como seres humanos.

Pensé que lo mismo el tema no encajaba con las primeras impresiones manifestadas desde el confinamiento, sobre “el nacimiento de una nueva humanidad”, que estamos viendo que no es real y que incluso se está radicalizando respecto a la situación anterior al confinamiento.

También estoy aprendiendo a tocar la guitarra para acompañar mis recitales poéticos en un futuro. Además, me había puesto en contacto con una asociación de Sevilla para ayudar a las personas sin hogar, como una forma de gratitud por lo mucho recibido de la sociedad durante mi etapa laboral, aunque con el confinamiento se ha quedado en pausa.

RP: Muchas gracias por tu tiempo

MZ: Muchas gracias por la invitación. Ha sido un verdadero placer colaborar.

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ALBERTO MORATE: LA POESÍA «ES UNA NECESIDAD»

Por: Isabel Rezmo


Proverso trae en este mes de confinamiento, la figura de un poeta cuya actividad en el teatro, en la poesía es muy activa. Pero sobre todo descubrimos en él la necesidad, la enseñanza y la posibilidad de cambiar la comunicación y la expresión. Vivimos un momento que nos planteamos si todo va a cambiar en este sentido. Y puede que la poesía, la literatura el arte en general, nos de nuevas esperanzas o nuevas respuestas.Hablamos con Alberto Morate. Lleva una vida plenamente entregada a la literatura. Dio sus primeros pasos adaptando guiones y dirigiendo obras de teatro. Nació en Madrid. Es Poeta, Dramaturgo, Profesor de Lengua y Literatura, Director de Escena y cronista de teatro.Tiene publicadas varias obras de teatro en editorial CCS: “Voces Unidas” (2006), “Juan quiere tener miedo” (2007), “Alegorías” (2009), “El avión de papel” (2012), y en la Editorial Académica Española “Miguel Hernández, poeta” (2020)

Poemarios como: “Palabras sin título”(Editorial AMS – 1980), “Poseía Poesía” (Ediciones Alféizar – 2017), ”Del Haz y del Envés” (Editorial Poesía eres tú, 2016). “Epigramas de la Luna desnuda” (Círculo Rojo, 2018), “He llamado hacia nunca” (Grupo Tierra Trivium, 2019), “Amplexos, buces, zalemas y lamentos” (Editorial Chiado, 2019), “En un momento” (Editorial Autografía, 2020). En preparación para junio 2020 “Quien lo probó lo sabe” (Tierra Trivium)

En Editorial Bubok en formato digital tiene otra obra de teatro “A franquear en destino” que ganó el XIV Premio de Teatro de la Escuela Navarra de Teatro y un relato, “La estatua de Lope de Vega”. Ha dirigido multitud de Grupos de Teatro destacando entre ellos: Getam, Trivium, Grapa de Teatro, Érase una vez…, Disparate, y actualmente dirige el grupo “Ensayos”. Fundó en el año 2010 el grupo de teatro-poético-musical “Compañeros del Alma”, como dramaturgo, director y actor. Participa en varias antologías poéticas y Encuentros de poesía desde hace años. Es el organizador del Domingo Poético de la Casa de Córdoba en Madrid, con la participación de más de 45 poetas. Ha ganado el Primer Premio “Versos que calan” (2012) organizado por Verbalina, Poetap y Prosalus (Toledo). En Marzo de 2019 publicó la obra “He llamado hacia nunca”, y ahora nos trae “Amplexos, buces, zalemas y lamentos”. En octubre de 2019 ganó el Primer Premio del III Certamen de Poesía Internacional Maribel Sansano y Ámbito Cultural de El Corte de Inglés de la ciudad de Elche con “En un momento”, recientemente publicada por Editorial Autografía.

Para Alberto La poesía es “una necesidad”, pero no sólo escribirla y leerla como alimento del alma, sino “sentirla en lo que ves”, ya sea en “una hoja del parque o una nube del cielo”.

RP: Buenas tardes Alberto, un placer asomarte a Proverso, ¿De dónde nace en el poeta la necesidad de expresar? ¿En tu caso como se manifiesta? ¿A qué o a quién responde esa necesidad vital de expresar?

AM: Un placer y un honor para mí que contéis conmigo para hablar de poesía y literatura. En mí, la necesidad de expresarme poéticamente nace desde preadolescente con 12/13 años. Ya leía a León Felipe, y me entusiasmaban los sentimientos que transmitía. Yo, personalmente, necesito escribir, más que una actividad es una necesidad, un deseo imperioso que puedo ver cumplido cuando escribo. Desde siempre he tenido esa necesidad, bien a través de la poesía o del teatro.

RP: Has publicado teatro y poesía, ¿Cuál de las dos vertientes te inclinas más o las dos forman un equilibrio con su propio espacio dentro de ti? ¿Es difícil separarlas?

AM: Es difícil separarlas. Si bien es cierto que durante muchos años me he centrado más en el teatro, porque era lo que me daba de comer. Es decir, me he ganado la vida dando clases de dramatización y dirigiendo obras, por lo que mi actividad principalmente estaba relacionada con los textos teatrales. Al no encontrar los que se adaptaban a mis grupos, yo mismo los escribía. Pero en ellos ya incluía poesía también. Cuando mi actividad teatral ha disminuido, me he dedicado más de lleno a la poesía y de ahí que en los últimos años casi todas mis publicaciones sean poemarios. Pero nunca dejé de escribir poesía. Tengo, como se dice, cajones llenos con poemarios inéditos y poemas sueltos. En cuanto a que es difícil separarlas, a la vista está en que mi última obra de teatro publicada es precisamente sobre la vida y obra de Miguel Hernández.

RP: ¿Cómo llegaste a ellas?

AM: Llego al teatro por necesidad, (y por pasión, claro), ya que se convierte en mi profesión. Y a la poesía no es que llegue, es que está dentro de mí desde bien pequeño.

RP: ¿A la hora de escribir teatro quién o quienes han influido en ti? ¿Yen la poesía?

AM: En teatro, indudablemente, Lorca, poeta y dramaturgo, aunque Lope de Vega me entusiasma, así como aquellos autores de denuncia social del siglo XX, Buero Vallejo, Muñiz, Sastre. En poesía no puedo dejar de nombrar a mi primer poeta, León Felipe. Pero, además de Lorca y Hernández, Pedro Salinas, toda la generación del 27, en general, y Neruda, Blas de Otero, el gran Ángel González, Goytisolo, en fin,… son tantos.

RP: ¿Cómo ves la actualidad poética actual?

AM: Creo que está en alza, desde luego. Las redes han contribuido mucho a ello, afortunadamente. Pero, ojo, no confundamos poesía o poética con escribir diarios más o menos sentimentales de gente que cree que escribe poesía solo porque lo hace en versos, en decir, en líneas más o menos corta, pero solo nos cuentan lo que se les pasa por la cabeza. Debe salir del corazón y de la sangre. La poesía debe tener emoción, pero también cadencia, ritmo, esencia, y no hablo necesariamente de rima. Aún así, se sigue vendiendo, comprando, leyendo,… poca poesía. Aún me encuentro gente que me dice, “es que yo la poesía… como que no la entiendo”.

RP: Desde tu experiencia con los chavales, ¿Crees que el teatro tiene que adaptarse o crees que no se usan las herramientas necesarias (lo mismo que en poesía) para hacerlo más dinámico o accesible? ¿Falla el sistema, falla el planteamiento?¿Cómo lo ves?

AM: El teatro tiene una gran ventaja que parece que los prebostes de la educación no se dan cuenta. Es dinámico, se pueden dar otras materias, engloba otras artes (música, danza plástica, tecnología,…), desinhibe y modera a los hiperactivos,… solo le veo ventajas al teatro, debería formar parte del currículo escolar y no ser solamente una actividad extraescolar. En cuanto a la poesía, hay que prescindir más de datos, esquemas, e ir al alma, a lo que se quiere expresar, a que aprendan a leerla y sentirla.

RP: Con el bombardeo constante de información y nuevos canales donde procesar lo que sentimos y expresamos ¿Crees que estamos perdiendo calidad en la comunicación y en la expresión? ¿Dónde puede residir el peligro y el equilibrio?

AM: Pienso que la oportunidad de canales e información para degustar y participar de la expresión y la comunicación, la poesía, el teatro, la música, es buenísima. Solo le veo el inconveniente de la inmediatez. Es decir, se lanza y pronto pasa al olvido, tiene una fecha de caducidad muy rápida. Y por otro lado, de duración, de extensión. Si haces cosas muy largas la gente no las lee, nos la ve, no les interesa. Cuántas veces oigo eso de “¡uy, qué largo”, y me refiero no solo a poemas y libros, a todo tipo de manifestación artística.


RP: ¿Cómo estás viviendo las consecuencias de la pandemia, desde el punto de vista emocional, y comunicativo?

AM: Esto es una cuestión de mentalidad. Es verdad que nos ha venido un poco de sopetón, que no lo habíamos vivido nunca. Que puede dar la sensación de enjaulamiento, pero no. Es cuestión de adaptarse, de ver el lado positivo, de no desesperarse. Sé que no es fácil, por eso digo lo de mentalizarse. Hay que saber sacarle partido al aislamiento, a las horas libres, a la introspección,… no nos han cercenado la capacidad de comunicación, aprovechemos para hacer otras cosas o hacerlas más intensamente que antes. Ya nos desquitaremos. Y la capacidad de creación tampoco debería verse mermada.

RP: ¿Crees que ahora más que nunca la poesía tiene más sentido y responsabilidad?

AM: Totalmente. Constato que hay gente que necesita esa poesía, esos versos de aliento, esa aproximación emocional, ya que corporal no la podemos tener. La poesía, la música, el arte, en general, en ahora cuando más sentido adquiere. Porque no hay que buscar una respuesta crematística, sino de solidaridad.

RP: ¿Qué proyectos se han quedado “esperando” por esta situación?

AM: He tenido que suspender varios actos de presentación, encuentros, recitales, ferias del libro. Pero ya se harán, cuando sea el momento. Y, como decía mi abuela, si no pueden hacerse, es que no estaba por la labor.

RP: Para terminar, nos gustaría pedirte un verso, un poema cortito para los lectores de Proveso.

AM:
Hay tres gotas en mi cuerpo:
una de sudor por el esfuerzo.
Otra, una lágrima,
(siempre la llevo dentro)
y la tercera
es una gota de agua
que parece un espejo.
En él me reflejo
y estás tú y está el universo entero.

RP: Gracias por tu tiempo, por asomarte a esta ventana literaria.
AM: Gracias a vosotros por defender y difundir la poesía con pasión y con empeño. Un abrazo.

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JOSE PEDRO JIMENEZ: «CONSIDERO UNA UTOPÍA QUE LA MÚSICA OCUPE SU VERDADERO LUGAR EN LA SOCIEDAD, TANTO EN LA EDUCACIÓN COMO EN OTROS ÁMBITOS»

Por: Isabel Rezmo


La música es la hermana de la poesía. Según Ignacio Martínez Madrigal pese a que el ser de la música y el ser de la poesía son distintos, tanto por su origen, sus métodos y procedimientos, hay instantes de revelación o de creación en los que la música desemboca en la formación de un universo poético, y momentos en que la poesía propicia y da forma a un contenido o universo musical. A través de la historia de la cultura muchas de las obras maestras de la música han partido de un texto o un contexto literario, sin embargo, muchas otras obras también grandiosas han partido de un punto únicamente musical. Podemos ejemplificar esto partiendo de la audición y conocimiento de dos obras muy conocidas, la Sexta Sinfonía de Beethoven llamada “Pastoral”, cuya expresividad es la poetización de lo que acontece en el campo. De forma contraria, podemos poner la Octava Sinfonía, del mismo autor, donde la música es creada desde sí misma y no expresa absolutamente nada literario o visual y es considerada como ejemplo de “música pura”.

Una sola palabra es capaz de desencadenar todo un contexto musical y sería un proceso sin fin esta relación; asimismo, una nota musical, un motivo o un timbre de cualquier instrumento, contextualizándolo de determinada manera, puede desencadenar una serie de pensamientos poéticos, filosóficos, sociales, retóricos, etc., y también expondrían un sin fin de posibles relaciones entre palabra y música.

John Cage afirma: “en mi opinión, la poesía no es prosa por la sencilla razón de que la poesía está, de un modo u otro, formalizada. No es poesía por motivo de su contenido o ambigüedad, sino porque permite que se introduzcan elementos musicales (tiempo, sonido) en el mundo de las palabras”.

Cualquier cosa escrita o dicha, nos sugiere un ritmo o nos refiere cierta entonación. Cualquier melodía, como sea, nos hace pensar e imaginar tantos universos como sean posibles. Cada mente ratifica estos hechos momento a momento y son tan variados como pensamientos existen en el universo. Según Humberto Eco, las obras literarias nos invitan a la libertad de la interpretación, porque nos proponen un discurso con muchos niveles de lectura y nos ponen ante las ambigüedades del lenguaje y de la vida.

Hoy en Proverso dentro de esta unión entre música y poesía vamos a fijar nos en la figura del cantautor.

Un cantautor es aquel que canta, y le pone música a sus propias creaciones. Reúne las cualidades de poeta, músico y cantante, o sea una gran capacidad de expresar en bellas o impactantes palabras, sentimientos o hechos, y, a la vez, posee conocimientos musicales y una voz privilegiada y educada para el canto.

Si bien en general los autores de canciones y quienes las entonan no son los mismos, a veces, existen esta posibilidad de reunir ambos dones.

Los cantautores, que frecuentemente son solistas, pueden elegir temáticas variadas en sus repertorios. Puede tratarse de temas románticos, de protesta social, o filosóficos.

Podemos mencionar a Serrat, Joaquin Sabina, Fito Paez, Silvio Rodriguez, Luis Pastor….La lista es inmensa. personas que han establecido un vínculo sagrado y único que han hecho del texto una melodía, y de una melodía  pura poesía y belleza.

Vamos a quedarnos en Baeza, en Jaén.  Vamos acercarnos a ese trabajo  a veces solitario  pero también  compartiendo momentos con los compañeros, con la poesía y la música.

Jose Pedro Jimenez nació en Madrid hijo de baezanos se vino a su tierra de origen donde reside con su familia, y donde trabaja y se dedica a su gran pasión que es la música. Baeza Ciudad patrimonio de la Humanidad junto a Úbeda, apenas separadas por 8 km. Ciudad Machadiana,  pues  el poeta Antonio Machado dio clases de Francés en la antigua universidad, hoy sede del Instituto de Ed. Secundaria Santísima Trinidad. Ha realizado multitud  de eventos, presentaciones, recitales.

Ha puesto música a los grandes maestros como Juan Ramón Jiménez, Antonio Machado, Jorge Manrique o Miguel Hernández. Ha puesto voz y música a diferentes poetas tanto de Jaén como fuera de ella. Ahora promociona su último CD  cuyos beneficios serán íntegramente donados a la Asociación Jienense    de Esclerosis Múltiple.

RP: Buenas tardes José Pedro, es un placer tenerte en Proverso.¿Cómo se lleva el hecho de ser químico y a la ver atraerte el mundo de la música y la poesía?  Se supone que hay un punto contradictorio entre las letras y la ciencia condenadas a no entenderse…¿Cuándo descubriste que la música era tu vocación?

JPJ: El placer es mío. Mi pasión hacia la música tanto en la escucha como en la necesidad de aprenderla es muy temprana. Sin embargo, a finales de los años 70 y en un barrio obrero de Madrid, las cosas eran distintas y el acceso a la música no era tan sencillo. Mi padre me compró mi primera guitarra cuando tenía 14 años, y desde entonces comenzó esta aventura. Respecto a la decisión de estudiar una carrera de ciencias, fue algo más pragmático que una verdadera vocación.

 RP: La poesía también forma `parte de tu vida ¿cómo llegaste a ella? ¿Cómo te influye   al hacer tu propia música?

JPJ: Desde niño he sido aficionado a la lectura, aunque me imponía respeto la lectura de poesía. El destino y la invitación de un compañero, José Manuel Ortega, me llevó a participar en el II encuentro Internacional de poesía en Ubeda, y desde aquel día surgió un flechazo con la poesía que espero perdure para siempre. Leer a los grandes poetas clásicos, y también a nuestros contemporáneos, me creó una nueva conciencia acerca del compromiso del autor de canciones y el contenido de los textos. La letra de una canción es un género distinto de la poesía, es más flexible y directo, pero después de esta etapa vivida, de una forma inevitable mis letras son más elaboradas que anteriormente.

RP: ¿Dónde se une la poesía y la música?¿Cuando surge la chispa entre ambas?

JPJ:Creo que de algún modo siempre han estado unidas, si entendemos que todos los textos desde la tradición oral tienen una carga poética. En algún momento de la historia los caminos de la música y la poesía se separaron, pero en las canciones desde varias décadas atrás hay letras de canciones con un gran contenido poético, aunque no sean considerados poemas en sí mismos. Ahí tenemos el caso de Bob Dylan con un premio Nobel.

En España a partir de la década de los 60 nos acostumbramos a venerar artistas de habla inglesa, donde, de una forma involuntaria nos estábamos perdiendo el 50% del contenido de la canción. Por eso reivindico hacer proyectos como este en el que la supremacía es del texto y la composición musical se adapta y se somete al poema.

RP: ¿Crees que la figura  del cantautor tradicional (rebelde, contradictorio, antisistema..) está en desuso?

JPJ: Se escuchan muchos comentarios en esta línea. Pienso que se confunde una palabra como cantautor con un movimiento que sucedió en un momento concreto de nuestra historia. En la lengua inglesa se utiliza un término como “songwriter” que aglutina muchos más tipos de artistas y compositores. En cualquier caso, ese movimiento que he mentado hizo una gran labor en la divulgación de la poesía en los países de habla hispana.

RP: En la música ¿Artistas que  han influido en ti?

JPJ:Ante todo soy un gran amante de la música en una gran diversidad de estilos, desde jazz, rock, pop, canción de autor y muy especialmente músicas de raíz, como blues, folk, flamenco, etc.. Lógicamente, en mi faceta artística pueden ser más apreciables algunas influencias, aunque pueden surgir en cualquier momento cosas que provienen de los demás estilos.

RP: ¿La música es una utopía?

jpj: La música forma parte de la historia y de todos nosotros, desde nuestra infancia, adolescencia, y posterior vida adulta. La música nos transporta a momentos de nuestra vida muy puntuales, posee una magia muy especial. Considero una utopía que la música ocupe su verdadero lugar en la sociedad, tanto en la educación como en otros ámbitos. Hoy en día una parte muy importante de la música presente en los grandes medios es música de “consumo rápido”.

RP: Si tuvieras que elegir una canción que significara para ti algo, ¿Cuál sería?

JPJ: Hace tiempo que pienso en esto, buena pregunta. Hay días que creo que “Imagine” de John Lennon es la canción perfecta, tanto por una melodía universal como por el mensaje tan profundo que posee. Un canto a la humanidad no perecedero.

RP: Estás muy comprometido con los eventos solidarios, de hecho estás promocionando tu último proyecto un CD donde has musicalizado a poetas universales con poetas actuales, cuya recaudación será donada a la Asociación Jienense de Esclerosis Múltiple ¿Cómo surgió “Canciones Poéticas»?

JPJ: “Canciones poéticas” es una recopilación de mis mejores composiciones sobre textos poéticos. Sentí la necesidad de grabar este material cuando decidí cerrar esta etapa de composición. Por varias razones, cuando llegó el momento de editarlo, decidí que este proyecto debía tener un carácter social, y mi relación con AJDEM se remonta a muchos años.

RP: ¿Crees que en  la actualidad hay un mayor auge de este tipo de eventos y que ayudan a movilizar a la gente, a concienciarla antes los problemas?

JPJ: Creo que hay muchas personas y organizaciones trabajando en actos solidarios, y la respuesta es muy calurosa por parte de la sociedad. Sobre todo, puedo hablar de provincias como la de Jaén, un hecho muy destacable con las dificultades económicas que estamos atravesando desde el comienzo de la crisis, y agravada hoy en día por el bajo precio del aceite.

RP: ¿Tienes otros proyectos en mente?

JPJ: Sí, tengo textos propios que necesitan melodías, y algún proyecto relacionado con la literatura tradicional.

RP: Para acabar, una reflexión.

JPJ: Vivimos un momento en el que hay una eclosión de propuestas en lo que se refiere a la cultura de base, en sus distintas disciplinas, como música, poesía, pintura, audiovisual, etc…

Creo que no debemos caer en la trampa de la autocomplacencia cuando empiezan a llover las primeras gotas de reconocimiento, en medios como las redes sociales. Pienso que debemos esforzarnos en mejorar día tras día en la medida de los posible y con objetivos realistas, ya que no podemos dedicar a las artes todo nuestro tiempo. Aun así, como artistas debemos mirarnos al espejo sin piedad, para conseguir ofrecer lo mejor de nosotros.

RP: Gracias por asomarte a esta casa.

JPJ: Muchas gracias a vosotros por acordaros de este humilde músico.

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«NOS EQUIVCAMOS AL CONSIDERAR LA POESÍA COMO UN OBJETO COMÚN O VULGAR EN LUGAR DE CONSIDERARLA COMO UN BIEN PRECIOSÍSIMO»

Por: Isabel Rezmo


El arte, la literatura, está sujeta al amor incondicional ( en la mayoría de los casos) de quienes de forma altruista o de forma desinteresada , la cuidan, la trasmiten y lo convierten en centro de su vida y actividad.

La poesía es el género que lleva el peso de los sentimientos, de la utopía. Que nos proporciona herramientas  para  desarrollar actitudes de valor, comprensión, empatía, respeto, y también de conocimiento. El conocimiento de los autores que nos han precedido, es vital no solo para  perpetuarse en el tiempo, sino además para el aprendizaje. Todo autor  que se precie debe  tener un conocimiento de ese tesoro que nos han legado las generaciones anteriores, y por supuesto no perder de vista la actualidad. Ese es el equilibrio que supone dedicarte a ella consolidar su permanencia.

Igual ocurre como hemos mencionado con el arte en general.

Hemos aprendido a lo largo del tiempo que cuidar nuestro patrimonio es parte fundamental para poder asimilar, adquirir y entender un modo de vida, dejar el legado familiar, lograr proyectos futuros.

Hay una cita de Osho que nos dice: “Ser creativo significa estar enamorado de la vida. Sólo puedes ser creativo si amas la vida lo suficiente para que querer aumentar su belleza, sólo si le quieres traer un poco más de música, un poco más de poesía, un poco más de baile.”

Hoy en Proverso tenemos a una persona que toda su fuerza se dirige a cuidar una parte de nuestro patrimonio cultural y literario. Que ama, y siente el arte como una energía que desborda la piel, y la propia experiencia.

Enamorada de Bécquer,  defiende su legado  y promueve multitud  de actividades tanto en relación a su obra como otras de carácter literario (es actualmente la presidenta  de la Asociación Literaria “Noches del Baratillo” de Sevilla). Y hoy queremos acercarnos a su intensa actividad literaria y también  creativa,  ya que hablamos además, de que es poeta. Una gran poeta, colaboradora de esta casa. Hablamos con Pilar Alcalá García.

Nacida en Sevilla en 1962, licenciada en filóloga hispánica. Durante 12 años fue profesora de Italiano en el IDI de la Universidad de Sevilla. Actualmente es presidenta de “Noches del Baratillo” y secretaria de “Con los Bécquer en Sevilla”. Ha publicado artículos sobre la enseñanza del Italiano y sobre Gustavo Adolfo Bécquer, así como un capítulo en el libro SEM, Los Borbones en pelota, y poemas en las revistas Álora, la bien cercada y Estación Poesía. En 2015 obtuvo el premio “Voces Nuevas” de Poesía de la editorial Torremozas y el “Premio Nacional de Poesía Rumayquiya” en su X Certamen con el poemario “Adamar”. En 2019 ha publicado su segundo poemario, “Poemas de názora y azófar”.

RP: Buenas tardes Pilar, encantados de poder hablar contigo, ¿Qué es para ti el arte?        

PA: Buenas tardes y muchísimas gracias por haber contado conmigo y encantada de responder a tus preguntas.

Pregunta complicada. Para mí el arte es lo que me emociona. Es verdad que hay muchos tipos de emoción y yo la que prefiero es la que me hace sentir escalofríos, la que acelera mi pulso porque me siento invadida por una sensación de felicidad, la que me hace llorar y no de pena. Es cierto que a veces ante una “obra de arte” siento cierto rechazo, me siento incluso estafada, eso sería también un tipo de emoción, pero para mí el arte es la suma belleza, es no cansarte de mirar, escuchar, leer algo, es echar de menos ese algo porque se te ha metido en las venas.

Dijo George Bernard Shaw: “Los espejos se emplean para verse la cara; el arte para verse el alma”. Y estoy totalmente de acuerdo, porque el arte te salva porque te reflejas en él. A mí me pasa que, según mi estado de ánimo, prefiero un tipo de arte u otro, el que vaya en consonancia con mi alma, si estoy triste necesito escuchar una determinada pieza de Rachmáninov  porque me acompaña mientras lloro, hace que mi llanto fluya con menos dramatismo. Si estoy triste quiero arte triste, si estoy alegre quiero arte no triste.

RP: ¿Crees que vivimos una etapa en la que se comprende mejor la necesidad de cuidar nuestro patrimonio cultural y literario?

PA: Creo que hay una parte de la sociedad que está muy involucrada en temas y cuestiones culturales, pero también creo que hay otra parte a la que no sólo no le interesa la cultura sino que hasta la rechaza, no la valora y no la considera necesaria. Lo ideal sería que todos en mayor o menor medida contribuyésemos a mantener el patrimonio cultural pero por desgracia sigue siendo una cuestión algo minoritaria. También es verdad que el concepto de Cultura es muy amplio para algunos y más reducido para otros. A veces hay cosas consideradas cultura que a mí me parecen un atentado a la misma.

RP: Hay una frase de  Ossie Davis  que nos dice: “Cualquier forma de arte es una forma de poder; causa impacto, puede influir en los cambios: no sólo puede cambiarnos, sino que nos hace cambiar.” ¿El arte nos cambia, nos hace ser mejores o más críticos? ¿Cuál es tu impresión?

PA: Por supuesto que sí, el arte tiene mucho poder sobre nosotros, sobre aquellos que lo amamos, claro, sobre las personas con una sensibilidad exagerada, los hiperestésicos (¡qué palabra tan fea para definir un concepto tan hermoso!). El arte te puede hacer cambiar tu concepto de muchas cosas y, sobre todo, el arte te abre los sentidos, te abre el alma y creo que te hace mejor persona, entendiendo el arte como belleza. Ya lo dijo Dostoyevski, “La belleza salvará al mundo”. No sé si eso será así, pero desde luego sí que la belleza salva al hombre en muchas ocasiones, puede tratarse de una salvación en un momento puntual, y lo digo porque a mí me ocurre a menudo. Asistir al espectáculo de lo bello me libra de ciertas situaciones desagradables. La belleza, no entendida como un canon, claro está, cada uno tiene su concepto de belleza y lo que para mí es hermoso puede ser horroroso para otro. Pero se trata de que la belleza, individualmente, nos salve, sólo así podrá salvarnos colectivamente. Lo que es imprescindible es acercarse a ella con la inocencia de un niño. Alguien hablaba del arte como un estado del alma, pues eso, más claro, agua.

Sobre si el arte nos hace más críticos, no sé qué decir, pero me gustaría que nos hiciera más críticos con nosotros mismos. Es muy fácil juzgar a los demás, lo hacemos muy alegremente, lo difícil es juzgarse a sí mismo.

RP: ¿Cómo surge ese amor incondicional  a la figura de Bécquer? ¿Qué ha significado para ti?

PA: Surgió cuando estudiaba en el Instituto Gustavo Adolfo Bécquer y leí sus “Rimas y leyendas”. Tenía 14 años, una edad crítica en la que los sentidos están muy despiertos y muy receptivos, y fue una rima, en concreto la XX, (Sabe si alguna vez tus labios rojos…) la que hizo saltar algo dentro de mí, la que hizo que ese señor de cabellos rizados, paisano mío y que daba nombre al centro donde estudiaba, pasara a ser mi héroe. Nunca me gustaron los cuentos de hadas y princesas y creo que era porque estaba esperando a que apareciera Gustavo para que yo tuviera por fin mi lectura favorita. Años más tarde, en la facultad de Filología volví a encontrarme con el chico de nombre de rey sueco y volvió a desatarse la tormenta porque, además, tuve la suerte de que esta vez Gustavo llegara a mí de la mano de una persona maravillosa, el profesor Rafael de Cózar, él me abrió los ojos con Bécquer, me mostró a un Gustavo que nada tenía que ver con esa imagen ñoña que todavía muchos tienen de él. Se me abrió la curiosidad, no ya de una adolescente, casi lo era todavía, sino de una mujer que estudiaba para ser filóloga porque la literatura era y es lo que más amaba y ama en el mundo. Había encontrado a alguien, Gustavo, con quien quería llenar mis horas, quería saberlo todo de él, no sólo del escritor, sino del hombre. Me había enamorado. Y empecé a devorar biografías y estudios sobre él y empecé a sentirlo cada vez más cerca, incluso percibía que nos parecemos en muchas cosas (puedo estar equivocada, a lo mejor es la pasión que me ciega). Empecé a viajar para conocer cada lugar en el que estuvo y que le inspiró. Y pasó que quise transmitir mi pasión y mi amor por Bécquer a los demás, a sus paisanos. Y es que me daba pena y vergüenza ver que, por ejemplo, en Soria o en la zona del Moncayo, tienen a Bécquer entre algodones, le admiran y le respetan. Yo quería que en Sevilla pasara lo mismo, quería que todos supieran quién era Bécquer, porque siempre lo digo, a Bécquer todo el mundo le conoce pero es el gran desconocido. Se dicen y se escriben muchas tonterías sobre él, pero poco a poco algunos se van convenciendo de que no es un romántico ñoño, ni fue un muerto de hambre. Y lo más importante, hay que conseguir que todos le reconozcan su importancia en la literatura española. Bécquer cambió el rumbo de la lírica y menos mal que nos salvó de esa poesía anodina del XVIII de la que intentaron rescatarnos Zorrilla y Espronceda, pero sin mucho éxito. Salvo Rosalía nadie hizo nada. Y Gustavo lo revolucionó todo, el contenido y la forma, con sus asonancias que hacían presagiar el verso blanco, siendo el rey del hipérbaton… y se adelantó al concepto de poesía pura que luego llegaría de la mano de Juan Ramón Jiménez. Bécquer modernizó la lírica, la sacó de un letargo que duraba demasiado. Hoy Bécquer es considerado el primer poeta moderno y ya empieza a aceptarse que es un presimbolista, sin olvidar por supuesto sus textos románticos, que son de lo mejor de la literatura europea, pero las Rimas no son románticas, salvo alguna excepción. Sin Bécquer no tendríamos a los Machado, Salinas, Guillén, Cernuda, Montesinos, García Montero, Juan Lamillar y un larguísimo etc. De poetas. Todos los que escribimos somos hijos de Bécquer.

El acicate fue el encuentro casual o causal, en 2012, con el comisario de una exposición que se estaba preparando en honor a Bécquer y en cuya organización, al final, participé. Fue entonces cuando comprendí que tenía que pasar a la acción, creé la asociación “Con los Bécquer en Sevilla” y desde entonces y desde ella no paramos de hacer cosas en torno a Bécquer, en la medida de nuestras posibilidades.

Con Bécquer he llenado muchas horas de mi vida, no sólo con la lectura de su obra, sino intentando entenderle, intentando saber cómo fue ese hombre, y movilizando a mucha gente para hacerle homenajes.

RP: Estamos en el 150  año del centenario de su  muerte ¿cómo se está planteando este acontecimiento?

PA: Pues afortunadamente, muy bien. El año pasado contacté, como portavoz de la asociación “Con los Bécquer en Sevilla”, con el Ayuntamiento, el Ateneo, la Casa de los poetas y las letras, etc. y fueron muy receptivos por lo que durante el año 2020, que será “Año Bécquer”, habrá muchos actos en homenaje a los hermanos Bécquer. No olvidemos que Valeriano murió el mismo año que Gustavo, tres meses antes. No puedo dar más detalles porque todavía no se ha hecho público desde el ayuntamiento cuál será el programa de actos, y se me ha pedido discreción, pero sí puedo decir que va a ser un año de leyenda en el que todo rimará. Va a ser un año en el que la ciudad de Sevilla va a estar llena de Bécquer y dará a Gustavo y Valeriano todo lo que se merecen, porque no olvidemos que ellos hicieron mucho por Sevilla y la llevaron siempre en su corazón y en su obra. Por eso, aunque murieran en Madrid, su ciudad natal debe volcarse en este 150 aniversario. Y como tenemos la suerte de que reposen en el Panteón de Sevillanos Ilustres, los tenemos con nosotros, son vecinos de Sevilla.

Además, también desde la sociedad civil hay ganas de hacer cosas para homenajear a los Bécquer y eso es muy hermoso, eso demuestra el cariño que los sevillanos le tienen a sus paisanos. Hay gente que me contacta para decirme que se les ha ocurrido hacer tal o cual cosa, incluso quien me presenta un proyecto en muy avanzado estado de ejecución. Voy a ser optimista y voy a creer firmemente que este 2020 será un gran año para los hermanos Bécquer y para Sevilla.

RP: ¿Qué otros autores han influido en ti?

PA: Siempre he sido muy lectora,  sobre todo de poesía y tuve la suerte de contar con un gran aliado, con mi suegro, que me dio a conocer más poetas y más interesantes de los que conocía en las aulas de la facultad. Creo que en mi poesía no se nota la influencia de ningún poeta, ¡ni siquiera de Gustavo!, todas mis lecturas están muy diluidas en mis poemas. Hay autores que son imprescindibles para mí: San Juan de la Cruz, Pedro Salinas, Luis Cernuda, Ángel González, Julia Uceda, Luis García Montero, Ada Salas, por hablar de poetas españoles. También algunos italianos me son necesarios: Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Mario Luzi, Alda Merini, Patrizia Valduga. Y más allá, mis adoradas Florbela Espanca y Wislawa Szymborska. Todos son poetas que releo continuamente, a los que recurro en momentos de desolación.

RP: ¿Crees que ahora  hay una actividad literaria más definida y  más intensa?

PA: Es un tema complicado. Hay mucha actividad pero no todo lo que se hace responde a una realidad literaria y mucho menos poética. Creo que a la Poesía se le está haciendo mucho daño porque hoy cualquiera se considera poeta y eso es un error gravísimo. Hay mucho egocentrismo en este mundillo pseudopoético. Yo misma digo siempre que me considero aprendiz de poeta porque la palabra poeta muy pocos pueden vestirla. Hay un ansia de llevar la poesía a todos sitios y creo que no hay que forzar las cosas, aunque no guste lo que voy a decir, pienso que no a todos tiene que gustarle la poesía, de la misma manera que no a todos nos gusta la novela policiaca. Creo que nos estamos equivocando al considerar la poesía como un objeto común o vulgar en lugar de considerarla como un bien preciosísimo. Hay que acercarse a la poesía como lo que es, algo delicado y frágil, una joya.

RP: La poesía es parte de tu vida, eres autora de varios poemarios, ¿cómo te ves a ti misma dentro de ella?

PA: Te diría que no me veo y acabaría rápidamente la respuesta. Lo cierto es que son los demás los que deben decir cómo me ven dentro de esa maravilla llamada Poesía y por la que siento tanto respeto, a veces creo que demasiado y es ello lo que me impide publicar más. Me asusta ser una ofensa para la Poesía, no me lo perdonaría, y por eso soy muy cauta a la hora de publicar. Soy perfectamente consciente de que mis poemarios no han aportado nada a la poesía, eso es algo muy difícil y que se produce en contadas ocasiones. Lo que sí sé es lo que la Poesía, incluso la que yo escribo, me aporta. Sin ella no podría vivir. Lo he dicho muchas veces, la Poesía para mí es una necesidad vital, como respirar, beber o dormir, pero de ahí a aportar algo para la historia de la poesía, hay un mundo. No olvidemos que ya todo está dicho en poesía, sin embargo lo que no está agotado es el cómo decir, la manera de expresar. Hay que ser muy original para hacer una aportación a la poesía, porque además para escribir antes hay que empaparse de poesía y por desgracia hoy son muchos los que tienen la insolencia de escribir sin haberse dado antes un banquete de poesía.

RP: ¿La poesía sigue siendo para un público minoritario?

PA: Para la inmensa minoría, como dijo Juan Ramón Jiménez. Que hoy día se hagan muchos actos poéticos o se publiquen muchos libros de poesía no significa que la poesía tenga un público de masas, de lo cual me alegro. Sé que tengo gustos bastante raros, y la verdad, prefiero la poesía en la intimidad que en grandes recitales. Intimidad que puede ser compartida con otros, pocos, que además tengan mis mismas inquietudes y gustos.

Creo que la Poesía debe tener algo de elitista y soy consciente de que mis palabras no gustarán. Y cuando digo elitista me refiero más a quienes la escriben que a quienes la leen. Todo el mundo tiene derecho a leer lo que le dé la gana, ¡faltaría más! Y todo el mundo tiene derecho a escribir lo que quiera, pero hay que poner un límite y ese límite está en el hecho hacer público lo que se escribe. Yo creo que cada vez hay menos pudor poético y todo el mundo se cree poeta. Me llama poderosamente la atención el hecho de que en un país donde pocos leen, casi todos publican. Con este tema podríamos estar páginas y páginas, porque aquí vendría a colación el mundo editorial, esos editores sin escrúpulos y sin conocimientos poéticos que sólo piensan en enriquecerse y de paso hacer daño a la Poesía. No todo lo que se escribe debería tener el derecho de ser publicado. En poesía no todo vale, como en cualquier otra disciplina artística. De ahí mis reticencias a publicar, no me prodigo mucho, sólo he publicado dos poemarios y todavía no estoy segura de que un tercero ve la luz, aunque ya esté escrito.

RP: Eres presidenta de la Asociación Noches del Baratillo, una institución muy arraigada en tu ciudad, ¿qué objetivos os estáis marcando para estos años?

PA: Me alegro de que me hagas esta pregunta porque precisamente este 2020 cumplimos 70 años. Somos la institución literaria decana de Sevilla y eso es una gran responsabilidad, después viene lo de ser un orgullo. Es una institución muy peculiar en la que convivimos personas de varias generaciones con maneras diferentes de sentir y escribir poesía. Todavía sigue frecuentando nuestras tertulias de los jueves alguien que ya estaba en el año 1950, cuando se fundó la institución por los poetas Florencio Quintero y Juan Sierra, entre otros, y cuando las reuniones se hacían en un almacén de chatarra. Eso es lo que le da un encanto y un cariz interesante a nuestra institución, lo que le da valor e importancia en el panorama poético sevillano. Desde los años 50 del pasado siglo Noches del Baratillo ha sido un ir y venir de poetas y un cambio a distintas sedes. En nuestra institución puede verse, en cierto sentido, cuál ha sido la trayectoria de la poesía sevillana. En una ciudad en la que tan difícil es cambiar las cosas, en nuestra institución creo que se va notando el aire fresco y la luz que empezaron a llegar con la reforma del local y que ahora están contagiando a quienes damos vida a esas cuatro paredes.

Llevo de presidenta casi dos años y he de decir que el camino no ha sido fácil, precisamente por esos cambios que eran necesarios y que no fueron bien recibidos por algunos demasiado anclados en lo de siempre. Poco a poco la institución va cambiando, tiene más luz, más alegría. Y quiero decir que estos cambios que vamos consiguiendo han sido posibles gracias a todas las personas que me acompañan en la Junta Directiva, pero sobre todo gracias al vicepresidente, Tomás Sánchez Rubio, que en momentos delicados para mí se hizo cargo de todo y desde entonces trabajamos codo a codo con una complicidad exquisita.

Nuestros objetivos son darle al Baratillo lo que se merece, poesía de calidad y por ello cada jueves invitamos a poetas que tienen algo que aportar, algo nuevo que traernos. No podemos quedarnos encerrados en nosotros mismos escuchándonos unos a otros, el objetivo de Noches del Baratillo es el de tener las puertas abiertas de par en par para dar cobijo a quienes de verdad aman la poesía. Un hecho que me parece muy positivo es que hay poetas que nos llaman para pedirnos presentar sus obras en nuestra sede y eso quiere decir algo, dice mucho y bueno sobre nosotros. Además el pasado año recuperamos nuestro “Premio de Poesía Noches del Baratillo” y tenemos intención de darle continuidad. Es una manera de descubrir a nuevos poetas y abrirles el camino de la poesía.

Lo que es cierto es que nuestros objetivos son a corto plazo, es mejor organizar lo más cercano y no poner la vista en un futuro muy lejano. Este año, por ser el del 70 cumpleaños, queremos organizar algunos actos para conmemorar esta efemérides, pero siempre desde la sencillez y con la poesía y los grandes poetas como prioridad.

Nuestro objetivo es darle a la poesía el sitio que se merece y abrir nuestra sede no sólo a los poetas sino a todas aquellas personas que aman y respetan la poesía. Me gusta pensar que el número 28 de la calle Macasta es la casa de la poesía.

RP: Muchísimas gracias por tu tiempo.

PA: A vosotros por haberme regalado este espacio para que exprese mis ideas y opiniones.

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ALEJANDRO VICO : «LA POESÍA ES LA FUENTE DONDE DEBERÍA BEBER, TODA LA GENTE QUE ASPIRA A GOBERNAR.»

Por: Isabel Rezmo


Hay personas que realizan una labor poética, en silencio, inmensa y carente de precios o de intereses creados. Personas que van únicamente por y para la cultura. Que ayudan y ofrecen su espacio, su tiempo de manera desinteresada. Hay algunos hombres en definitiva, que salvan a la poesía de su fórmula más fría y desvirtuada.

Hoy nuestra revista se abre a una conversación pausada, tranquila, para acercarnos a una forma de entender la poesía de una manera mucho más humana, cercana.

Hoy entrevistamos a Alejandro Vico Alonso. Una entrevista diferente, amena y distendida.

Alejandro ama su pueblo, La Carolina. Ama su historia, Su pasado minero. Lo muestra agradecido.

Alejandro nació en La Carolina. De él podemos destacar que es autor de numerosas poesías y varias trilogías, relatos cortos entre ellos “Años 74”. Coautor del CD. a beneficio de la lucha contra el Alzheimer de La Carolina. Coautor de la antología poética 2017 de poetas de Sierra Morena. Miembro de la asociación Nacional de escritores españoles. Miembro de la asociación Anduxar. Miembro de la Asociación poetas de Sierra Morena.

RP: ¿Cómo se define Alejandro Vico Alonso?

AV: Como un abuelo, como una persona apacible, tratando de buscar los troqueles que me puedan permitir, ser una máquina de impartir paz, igualdad y amistad.

RP: ¿Cuándo comenzó en moverse en ti,  el interés por la cultura, poesía?

AV: Siempre,,  Tener en cuenta, que pese a lo dramático de mi vida,  he vivido en un ambiente de cultura,, trabajando y estudiando con un Maestro que fue  alumno de la Escuela de Bellas Artes de San Fernando, hasta  después de estar casado.

RP: ¿Qué es lo que más te aporta?  ¿Qué autores te gustan más?

AV: Me aporta una estabilidad emocional generosa, ya que me permite sacar todo lo que a lo largo de los años se han ido acumulando. Tengo muchos autores pero por ser escueto; entre los que ya no están, me encanta la sencillez de Eulogio Muñoz Navarrete, Miguel Ángel Buesa, el poeta eternamente enamorado, Antonio Machado por sus dotes de impartir y de hacer camino, Sor Juana Inés de la Cruz y Gloria Fuertes ,  pero sobre todo dos…  por su lucha y dramatismo:  Miguel Hernández y Federico García Lorca.   Y de los que aún tenemos entre nosotros, sin duda el argentino: Carlos Alberto Boaglio ,  José María Lopera, junto a mi amiga Nana Schmith.   

RP: Una pregunta difícil: ¿Qué es  para ti la poesía?

AV: Para mí la poesía es la fuente donde deberían beber, toda la gente que aspira a gobernar. La poesía, es el reflejo de lo que ocurre en nuestras vidas y por tanto, lo que deben de entender todos aquellos que gritan Libertad y nunca acuden a un Recital.

RP: Eres miembro activo de la Asociación  de `poetas de Sierra Morena, te mueves en otras asociaciones y colectivos. ¿Cuál es el motor de toda esta actividad? ¿Cuándo comenzaste?

AV: Poetas de Sierra Morena era un grupo de Facebook, actualmente ya es una Asociación cultural de la que participo en la organización de la antología poética y el concurso internacional  José María Lopera  (Olivo mítico). También participo en ACMICA (asociación cultural minera carolinense), (asociación de familiares del alzhéimer) Felipa Delgado, ASAM (asociación social de ayuda al mayor), la asociación multicultural ANDUXAR y otros colectivos con los que participo de manera puntual como la asociación Vecinal del Centenillo, Asociación de Párkinson, también soy presidente de la asociación cultural ornitológica de las nuevas poblaciones.

El motor fundamental, es tener la experiencia de la vida vivida y tratar de cumplir con el compromiso que todo ser humano debería tener como objetivo, dejar este mundo cuando me marche un poco mejor que me lo encontré cuando llegue.

Comencé muy jovencito, aunque sin ser consciente de ello, hacía de correo entre los 5 o 6 personas de izquierdas. Después en la clandestinidad tuve una actividad frenética, formando Agrupaciones Locales  y en las primeras elecciones Sindicales,  a raíz de esto trabajé de manera decidida en el Asociacionismo y Cooperativismo, junto con los Informativos de la Televisión Local, donde ya comienzo a dar a conocer algo de mi trabajo en el mundo de la poesía. Aunque de manera definitiva,,  sería con el nacimiento de ACMICA y su Concurso de Cante de las Minas, cuando decido hacerlo con mi incorporación a la Unión Nacional de Escritores Españoles.

RP: ¿Cómo ves los colectivos que te rodean, el mundo cultural de ahora?

AV: Veo los colectivos que me rodean con muchas ganas de hacer cosas.  De darle alas a la Cultura, con iniciativas que cuestan sudores y lágrimas hacer entender a los políticos, será tal vez!!  que cuando se ostenta cargo político se necesita ignorancia para tener clientelismo, decía Santa Teresa de Jesús, “Sí sabes leer y escribir, gobernaras tu vida,  si no sabes hacerlo, otros la gobernaran por ti”. Otro problema tal vez, es como digo en un poema, El puto ego de cada persona y la falta de agrupación de actividades, no terminamos de entender que un palillo de dientes solo  se rompe con toda facilidad,,  pero muchos palillos juntos…  Es casi imposible romperlos,,.  Tendemos a tratar de ser elitistas sin tener en cuenta, que el trabajo de base para generaciones venideras,  es mucho más importante,  ya que los mayores más o menos estamos formados, pero a la mayoría de la Juventud,   le suena a chino la Literatura y la Poesía.

RP: En tus actividades, siempre hay una palabra, un gesto, una voz a favor de los mineros. Linares, Guarromán, Carboneros, La Carolina ….el poblado de El Centenillo -Baños de la Encina. Una realidad patrimonial tan relevante como la vinculada con la actividad minera en Andalucía. ¿Qué queda en la zona de La Carolina de su pasado minero?

AV: Queda mucha historia,  mucha memoria en familiares para los cuales,  los mineros eran sus héroes.  Queda rabia y sentimiento,  al recordar su manera de entregarse y de mirar cada día cara a cara la muerte.  Entregaban sus vidas y eran la locomotora de la economía. Quedan mineros y amigos que están haciendo recreaciones mineras en un aula de La Carolina con ACMICA y las publicaciones del colectivo Arrayanes de Linares.

Quedan Minas Pre Romanas  que pueden ser el motor de una economía Turística, pero la miopía,,  a veces clamorosa  de los mandatarios ,, que prefieren encerrarse  en despachos y reuniones interminables,, no viendo más hayá  de una plataforma para vivir de la política. Perdiendo de vista la realidad  Social.

RP: Ahora cuando la plenitud de la vida, nos envuelve, y nos pide más tranquilidad; mirarnos más a nosotros mismos. Conocer nuestras posibilidades…¿Qué le pides a la vida? ¿A la poesía? ¿A la gente que te rodea?

AV: A la vida le pido que el aprendizaje que aún me queda, sea más sosegado que hasta ahora, y humildad,  para transmitir la experiencia acumulada.

A la poesía le pido, que el jardín donde florece entre palabras los versos, ningún/a  poeta permita que se seque, cuidándolas  con todos sus esmeros, ya que son muchas las palabras  y para cuidarlas,   muy  pocos  los Jardineros.

Y  la gente que me rodea,  le pido paciencia para aguantarme cuando se abren los infiernos del sentimiento y me sitúan fuera del contexto familiar y de amistad,  ya que es cuando,  me encierro en el lado oscuro de mis pensamientos y mi historia pasada

RP: Muchísimas gracias por acompañarnos.

AV: Gracias a todos los que hacéis la revista,  especialmente,  a Isabel Rezmo por ofrecerme con esta entrevista. Y la posibilidad,  de que lo/as  lectores  conozcan un poco más este Minero aficionado a las letras.

 

 

 

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ANGEL MARCELO | COMO EDITOR PREVALECE EN MI EL CONCEPTO DEL BUEN TRATAMIENTO DE LA LENGUA Y SUS FORMAS

Por: Isabel Rezmo


Hoy en día es evidente la cantidad de poesía que se edita, y la cantidad de “poetas” que escriben.   La línea que divide el hecho de publicar y ser buen poeta difiere muchísimo, puesto que la auto publicación ha sido el gran descubrimiento para que cualquier persona, cualquier escritor más o menos consagrado, más o menos bueno, tenga acceso a la posibilidad de ver su libro publicado.

Pero Proverso lejos de poner esta crítica ya de por si caliente, en el tejado de los demás o de crear polémica, intenta mostrar esa realidad,  y también la realidad de las nuevas editoriales: sus objetivos, sus logros y la ayuda que están ofreciendo a los poetas y escritores que tienen dificultad  a la hora de publicar; y además está ofreciendo nuevos servicios  y posibilidades al resto.

Pero si decimos que además de editores son poetas, la cosa cambia.   Es mucho más loable. ¿El poeta puede ser buen editor? La historia nos dice que es posible.

En la segunda mitad del siglo XX y en la primera década del siglo XXI, las condiciones materiales relativas a la divulgación de la poesía de vanguardia se convirtieron en objeto de interés para la crítica.  Los editores y los poetas apuestan por nuevas estrategias de proximidad y confianza. En una dinámica parecida a la que dio origen al poeta-crítico –teórico y a la vez practicante de su arte–, hoy día son numerosos los casos de poetas-editores que hacen de su práctica editorial un verdadero manifiesto poético.

Entre ellos hemos encontrado a un compañero en el camino, que hace muy pocos años abrió la puerta a otras posibilidades  poéticas y editoriales: Hablamos de la Editorial Tarqus; al frente de la misma encontramos al también poeta,  Angel Marcelo

Editor, poeta y periodista. Editor en Tarqus Editorial, un proyecto que busca fundamentalmente ayudar y promover al escritor independiente a ver su obra publicada y difundida. Como poeta y escritor ha participado  en todas las antologías de Poetas en Red ; en las antologías de Poesía en Microrelato Compostela de 2016 a 2017;  en el libro 22 Rincones de Valladolid editado por la Asociación Habla, en las antologías de Cien Poetas en Mayo de 2017, 2018 y 2019. A partir de 2019 se encarga de la VI Antología del Encuentro Internacional de Poesía “Ciudad de Úbeda”.

Actualmente coordina junto a Diego Horschovski el Ciclo de Poesía e Microrelato Compostela, por cuarto año consecutivo, y por segunda temporada el SLAM POETRY Compostela asociado al circuito nacional. En radio realiza y conduce  dos programas   de radio en la sintonía digital de Radio Campus Culturae  de Santiago de Compostela :

www.radiocampuscultura.org:

Tren de Medianoche. Viernes a las 23 h

Poéticamente incorrectos martes a las 20:30 h

RP: Buenas Tardes Ángel, ¿cómo surgió la Editorial Tarqus?

AM: Surge casi por necesidad aquí en España. En el año 2013 por temas de la crisis tuve que reinventarme y decidí volver a las fuentes: el diseño gráfico, la edición  y el periodismo. Desde el año 2009 ya venía realizando distintas antologías de los Encuentros de Poetas en Red y otras asociaciones y al quedarme desempleado con cincuenta y tantos, no dudé en profesionalizar esa  faceta que estaba llevando a cabo y que además, me gustaba.

RP: Hasta la fecha ¿cómo valoras la trayectoria que ha seguido la editorial? ¿Tus objetivos a corto/largo plazo?

AM: Oficialmente la editorial tiene tres años de vida, aunque la actividad hubiera comenzado antes. No puedo sentirme más satisfecho con la forma en que ha ido creciendo, teniendo en cuenta que es un proyecto hecho desde cero, sin créditos ni otro tipo de apoyo. Mis objetivos a corto plazo son que año tras año continúe creciendo tanto en la familia de autores como el en volumen de ediciones. En el largo plazo sueño con que llegue a ser un referente de las editoriales de autores independientes.

RP: Al hacerte editor, ¿Dónde queda el poeta? ¿El poeta se hace partícipe a la hora de editar; es decir,  prevalece en algún momento?

AM: La edición es un trabajo como cualquier otro. No es necesario ser escritor o poeta para llevarlo a cabo, aunque ayude estar en el meollo. Un editor, ya sea de una pequeña editorial como de una gran compañía necesita un alto grado de empatía y mucha intuición. Cuando empiezas a trabajar con un autor, antes o después acabará revelándote su vida, tal vez porque de algún modo quiere asociar su obra a su propia experiencia. Es por eso que un editor tiene que tener algo de la sensibilidad del psicólogo. Y cuando hablo de sensibilidad me refiero a la capacidad de captar el mensaje rápidamente. Como editor prevalece en mi el concepto del buen tratamiento de la lengua y sus formas, que en definitiva, es la materia prima de la escritura. Luego habrá trabajos que conmuevan a unos o a otros, pero eso ya sería tema para otra nota.

RP: También  te asomas  a la radio, a la fotografía. ¿Te queda algo por  descubrir?

AM: Bueno, la fotografía es una pasión desde la niñez casi y la radio un medio que siempre me llamó mucho la atención, porque no te olvides que soy de una generación que se crió con la radio. Entonces esa inquietud que siempre tuve sumada a la formación periodística, me llevó a meterme en ello en cuanto tuve una oportunidad, pero la realidad, es que lo hago solo por placer, así como otros van al cine, yo salgo a hacer fotos o me meto dos horas en un estudio. Me gusta la naturaleza y me quedan por descubrir los ochomiles del planeta, pero creo que a eso en esta no vida no llego.

RP: ¿Cómo ves el mundo editorial que te rodea?

AM: Es un mundo en plena expansión. Hay un nicho de mercado importante y la prueba es la gran cantidad de fusiones que se producen entre los grandes a nivel global. Por otra parte las nuevas tecnologías digitales han democratizado al sector (por usar un término tan de moda) y esto ha promovido el surgimiento de pequeños sellos editoriales por todas partes. Obviamente, como ocurre en todos los ámbitos, cuando se produce una burbuja, aparece mucha improvisación y “cantamañanismo”. Pero creo que es un camino que hay que transitar. Al final siempre quedan los que trabajan de un modo honesto y profesional.

RP: ¿Crees que hay demasiada saturación de autores? ¿Crees que la calidad queda un poco al margen, frente a lo comercial?

AM: Por lo que decía antes, las tecnologías digitales permiten hoy pequeñas tiradas a bajos costos. Hoy cualquiera puede escribir y editar un libro. La gente siempre escribió y celebro que así sea y que quede demostrado. La saturación surge justamente, porque cualquiera que escriba puede ver su obra publicada, ¿pero quién puede quitarle ese derecho a nadie? Ahora, no creo que esto haga que la calidad quede sometida a lo comercial, ya que antes cuando la escritura era una profesión de elite, también primaba lo comercial por sobre todo lo demás. Y nunca nos olvidemos que estamos en una sociedad de mercado: si algo se vende es porque alguien lo compra.

RP: ¿Cómo te acercaste al mundo de la poesía?

AM: Siempre fui un lector asiduo sin llegar al fanatismo. Hice mis pinitos de escritura en la adolescencia como casi todos, pero fue recién después de los veinticinco años que comencé a escribir pensando en compartir mis letras y experiencias. De ahí en más no paré, sobre todo porque me ayudó a crecer como persona.

RP: ¿Autores preferidos?

AM: Bueno hay muchos… ¡cómo nombrarlos a todos! Pero para no dejar la pregunta huérfana, te puedo citar a Cortázar, Benedetti, Pessoa o a Jack London, Simenon, Hemingway, Baricco, Auster.

RP: De los libros que llevas editados, ¿alguno que sea especial?

AM: Que pregunta difícil. Tal vez mi respuesta te parezca una pretensión de ser políticamente correcto, pero son todos especiales. Pero ¿sabes por qué ocurre? porque trabajo íntimamente con cada autor en cada libro. Ver un libro llegado de imprenta es una alegría inmensa; verlo en las manos del autor es ya un valor agregado.

RP:  Para finalizar algo que desees expresar.

AM: Ya que me das la oportunidad, me gustaría romper una lanza por la autoedición como camino válido de difusión y por los autores que lo eligen. Se tiende a asociarlo con precariedad y falta de autoestima pero no es asi. Decir “yo no pago por editar” o aconsejar, “no pagues por editar” es quitarse o quitar un derecho que tenemos todos. Si rascamos un poco hallaremos más oscuridad en el mundo editorial tradicional que en el mundo de la autoedición.

RP: Muchas gracias por asomarte a PROVERSO

AM: Gracias a PROVERSO, por esta oportunidad y contad conmigo y la familia Tarqus para todo lo que ayude a difundir cultura. Siempre.

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FRANCISCO ACOSTA | LA FILOSOFÍA PIANÍSTICA DE LAS TECLAS SENTIDAS

Por: Inma J. Ferrero


Francisco Acosta conjuga la interpretación pianística con su labor como profesor de piano, lenguaje musical, coro, Introducción a la Historia de la Música y Armonía Elemental en la escuela Municipal de Música de Las Cabezas de San Juan (Sevilla). Al mismo tiempo, desarrolla un intenso trabajo como compositor, labor que realiza siempre de un modo muy ligado al lenguaje pianístico que tan bien conoce.

¿Cuándo comenzaste tus estudios de música?

De niño jugaba con los teclados Casio PT-80. Unos instrumentos minúsculos que se acompañaban armónicamente con una sola tecla que reproducía el acorde tríada. Ahí empezó mi periplo con el piano. Más tarde y, a una edad ‘avanzada’ (27 años) según los cánones estándar, cursé mis estudios oficiales en el Conservatorio Superior de Música “Manuel Castillo” de Sevilla y abundé en mi formación en muchas Master Class organizadas por los Conservatorios Superiores de Música de Sevilla, Madrid, Barcelona, Córdoba y otras instituciones privadas; cursos impartidos por catedráticos de piano y compositores de prestigio internacional como Guillermo González, Ana Guijarro, Juan Miguel Moreno Calderón, Ramón Coll, Luca Chiantore, Javier Van Baumberghen, Emilio Molina, Leo Brouwer, Fernando Velázquez, etc.

¿Por qué el piano y no otro instrumento?

Mi interés por el piano se lo debo a Jon Lord y a Beethoven. De adolescente era muy entusiasta de Jonathan Douglas Lord (Jon Lord), el teclista de la banda británica de hard rock Deep Purple. Me gustaba mucho el rock a la par que Beethoven, Chopin o Schubert. Me maravillaba las proezas armónicas que conseguía Jon Lord con su órgano Hammond y cómo fusionó el rock y la música clásica en el disco Concerto for Group and Orchestra. Álbum en directo de Deep Purple, lanzado en diciembre de 1969 acompañado por la Royal Philharmonic Orchestra, dirigida por Malcolm Arnold y grabado en el Royal Albert Hall de Londres. Por otra parte, desde niño siempre me interesó Beethoven como compositor a través del piano. Fue un excelente pianista y todas sus composiciones pasaban por el filtro de este completo y bello instrumento (¡el instrumento rey!). Esto era algo que me atraía bastante. Luego su monumental obra me atrapó de por vida.

¿Qué hizo que eligieras ser compositor?

Siempre quise componer, pero cualquier intento se me hacía vano. Soñaba con escribir una música importante y cuando miraba a mi alrededor y contemplaba la inmensa literatura pianística que ha existido a lo largo de la historia, se me quitaban las ganas de hacerlo. ¿Qué tenía yo que decir después de varios siglos de pianismo? Nada (me respondía). Así pasó mucho tiempo hasta que me encargaron unos conciertos de Ludovico Einaudi, actualmente el compositor con más nombre en el piano a nivel popular. Quizá sea atrevido catalogar su música de clásica, pero ahí están sus ventas. Pues bien, este tipo de repertorio englobado en el minimalismo como corriente artística emergente, me dio la clave para indagar por ahí. Lejos quedan las grandes formas clásicas del piano y su complejidad estructural (estoy pensando en la forma sonata y la fuga, por ejemplo), y el minimalismo me permitía activar mi fantasía al servicio de la música. Así que di rienda suelta a mi imaginación y de ahí nacieron Hydromuria y Andrómeda, dos discos que me siguen dando muchas satisfacciones. El primero es un homenaje a Julio Cortázar y el segundo homenajea a la ciencia. Literatura y ciencia me interesan tanto como la música. Actualmente trabajo en una nueva creación propia: Mapa del Frío, Op.7. Música incidental para piano inspirada en el libro La acústica de los iglús, de la periodista y escritora Almudena Sánchez. Una especie de banda sonora que recrea una narrativa donde se evidencia la fragilidad del ser humano. Y este otoño saldrá mi disco Efecto Mozart – Piano Adaptation. Monográfico dedicado al compositor más popular dentro de la música clásica, y embajador de equilibrio y buen gusto. Adaptaciones a piano para acercar este tipo de música de manera sencilla. Un trabajo de divulgación.

¿Dedicas mucho tiempo al estudio de la técnica?

Es el caballo de batalla de cualquier pianista, aunque en mi caso, que me dedico más a la docencia y a la composición, dedico menos tiempo a la técnica del que quisiera (todas las horas son pocas); al fin y al cabo no soy concertista al uso. Las tareas de pulcritud técnico/expresivas requieren de una dedicación exclusiva al 100 %; por las razones antes expuestas no es mi caso.

¿En qué se diferencia la visión que tiene sobre la música un compositor y un músico que sólo es intérprete?

El compositor crea mundos sonoros a partir del conocimiento que tenga de cada instrumento. Componer para piano siendo pianista es dar vida a los dedos sabiendo caminar por el teclado. Quien mejor supo hacer esto fue Chopin. Sin embargo Beethoven ideaba unas combinaciones que a veces eran casi inhumanas llevarlas al teclado, y Schumann excedió esos límites. Luego vinieron los impresionistas y la escala hexátona, y el calado sonoro a que fue sometido el piano necesitó de una técnica muy distinta. Había que ‘flotar’ sobre las teclas. Pero en definitiva la visión global sobre la música debe ser una condición común en ambos casos.

¿Sigues algún método de inspiración o la inspiración fluye de modo natural?

En mi caso soy muy metódico. Siempre digo que soy un artesano de la música. Ideo combinaciones sonoras que a priori sé que funcionan (armónicamente hablando). Crear una pequeña célula y que se vaya desarrollando haciendo uso de la artesanía, como una pieza de orfebrería aplicando mucha parsimonia y ensayo/error. La inspiración puede aparecer una vez que ya he construido los cimientos de la composición. Es más, si no hay momentos de inspiración en ese andamiaje, deshecho lo escrito. Señal de que no me convencerá nunca.

Desde el punto de vista del compositor. ¿Cómo ves el panorama musical actual?

¡Ufff…!, tanta tecnología ha facilitado el camino para la composición que uno ya no sabe dónde está el talento y dónde actúan los programas informáticos de composición. Hoy en día existen miles de software para componer, así que el panorama actual es de una oferta extralimitada y puede resultar hasta indigesta (como en casi todo). En mi caso, compongo a la vieja usanza: lápiz y papel pautado en mano y sentado al piano; nada de grabaciones enlatadas donde poder escoger infinidad de propuestas. Me gusta crear desde la nada más absoluta.

También te dedicas a la enseñanza. ¿Estás de acuerdo con el modo actual de enseñanza de la música?

Me dedico a la enseñanza como profesor de música a nivel elemental en una Escuela Municipal de Música (concretamente en Las Cabezas de San Juan -Sevilla-). Teniendo en cuenta que mi destino no es la enseñanza pública obligatoria, tengo quizás una visión sesgada de la realidad. A mis clases llegan alumnos ávidos de conocimiento en el campo de la música y por esa parte mi satisfacción puede que sea superior al resto de docentes que tienen que lidiar con estudiantes que asisten a una asignatura de manera obligatoria. Y como toda obligación, si la capacidad innata del alumno no es acorde con la asignatura se produce el típico rechazo. Distinto es cuando el alumno entiende que estudiar la materia que sea será algo beneficioso para su desarrollo humano, intelectual y cultural.

¿Qué te parecen las redes como modo de acercamiento a los estudios musicales? Tú tienes cuenta en Facebook y YouTube dedicado a este fin.

Las redes sociales son el vehículo de nuestro tiempo y la herramienta perfecta para interactuar individual y colectivamente. Esto acerca cualquier tipo de estudios. En mi caso aprovecho mi canal de Facebook y YouTube para ofrecer clases de lenguaje musical online y de manera gratuita. Me gusta la enseñanza, y compartir conocimientos me satisface; al igual que yo me nutro de otras personas. La revolución tecnológica de los últimos años nos ha traído esta apabullante globalización, y yo encantado de poder disponer de tan amplia ventana. Por ejemplo, vivo en Sevilla, pero mi música se gestiona desde Hamburgo y Glasgow a nivel internacional por la compañía Emubands, una agregadora digital que cada mes me envía un detalladísimo informe estadístico de mis discos; eso me parece estar en el mejor de los tiempos.

¿Piensas que la música clásica es elitista? ¿y el público que acude a los recitales?

Por tradición tiene ese ‘sanbenito’. Históricamente el acceso a la música clásica (o música culta) estaba en manos del poder de la iglesia, de aristócratas, nobles, burgueses, o familias socialmente influyentes. Hoy en día está democratizada, aunque todavía se perciben flecos de elitismo. Asistir a conciertos de música clásica sigue siendo en muchos casos (no en todos, lógicamente) un escaparate como estatus social. Evidentemente las posibilidades de consumir música clásica no pasa sólo por recitales; en este aspecto aplaudo la cantidad de plataformas digitales que invitan a escuchar todo tipo de música y en cualquier momento.

Desde tu visión actual ¿Qué le dirías a los jóvenes que comienzan en la música?

Que la música entra por el corazón, lo moviliza todo ahí dentro, pero las emociones que activa tienen que recorrer muchos caminos para hacer de esta actividad la profesión a la que te quieres dedicar. Uno nunca sabe por dónde se moverán los caprichos del destino, pero no hay que desesperar. El recorrido es tan largo como hermoso. Y que la curiosidad por aprender mantenga vivo tu espíritu.

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