Tag : nicola-foti

post image

LA POESIA DEL CALCIO (O IL CALCIO COME POESIA)? (TERZA PARTE)

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti


Questa terza parte del tema, come già premesso, riguarderà la grande passione calcistica di Pier Paolo Pasolini, il quale assimilò, in modo estremamente originale, il gioco del calcio a un vero e proprio linguaggio, sport degno di essere oggetto di poesia e di prosa.
Egli definì il football come un sistema di segni, ovvero un linguaggio, con caratteristiche del tutto simili di quello scritto-parlato.

Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.

I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone” è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci).

Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.

I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).

Non sono né Roland Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla “lingua del calcio”.

Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché, naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente “strumentale” rigidamente e astrattamente regolato dal codice, e il suo momento “espressivo”.

Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sottolingue, in possesso ciascuna di un sottocodice.

Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”.

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante.

Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica.

Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli “elzeviri”: essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po’ provinciale… insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c’è un terreno comune: che è la “cultura” di quel Paese: la sua attualità storica.

Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest’ultimo è il caso dell’Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.

Anche il “dribbling” è di per sé poetico (anche se non “sempre” come l’azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).

Chi sono i migliori “dribblatori” del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.

Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull’esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l’annesso “goal” (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).
Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:

catenaccio –> triangolazioni –> conclusioni

Il “goal”in questo schema, è affidato alla “conclusione”, possibilmente di un “poeta realistico” come Riva, ma deve derivare da una organizzazione dei gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi “geometrici” eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po’ estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).

Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano: il suo schema è il seguente:

discese concentriche –> conclusioni

Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della “prosa collettiva”): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.

«Una tra le più belle fotografie di Pasolini lo ritrae in strada. Dietro di lui un marciapiede non finito, solo un gradino di marmo e, oltre, un cumulo di erba e terra. Segni di quell’Italia dall’edilizia affaccendata e frettolosa, di una modernità sbrigativa e inconcludente.
È una giornata di sole e Pasolini è vestito di tutto punto, indossa un abito scuro e le scarpe di cuoio, la cravatta e il pullover sotto la giacca. Nonostante l’abbigliamento, con l’interno del piede destro controlla un pallone, la gamba e il busto formano una sola linea assai inclinata, tutto il peso sull’altra gamba flessa e ben piantata a terra. I pugni sono stretti e le braccia larghe, tese come ali alla ricerca dellequilibrio; lo sguardo fisso a terra sul suo gesto tecnico, concentratissimo come in una quantità di altre fotografie scattate sui campi da gioco.

Dovrebbe esserci un’incongruenza tra quel vestito e l’impegno sportivo, tra quel vestito e il “gioco“: sulle gambe i pantaloni si agitano in mille pieghe, sbalzati da cunei di ombra e luce, le code della giacca si aprono come un mantello e sventolano scomposte dietro la schiena. Invece tutto è naturale, in quella foto, la posa e lo sguardo, l’abito e la strada.

È la fotografia più bella del Pasolini calciatore perché il calcio al pallone è in essa un gesto di libertà e di gioia. A indovinare dall’esterno, non si direbbe neppure una partita vera e propria, con tutta probabilità si trattava piuttosto di un incontro non prestabilito: una di quelle occasioni offerte dal caso in mezzo alla strada che lo scrittore aveva accolto di buon grado, unendosi, com’era solito fare, a quelle situazioni in cui non si contrasta e non si segnano dei goal, ma si fa semplicemente volare e correre il pallone, si prova qualche finezza, si urla e si ride mentre la palla l’hanno gli altri. Pasolini si prende la libertà di sporcarsi e di sudare quando non dovrebbe, di rovinare i suoi vestiti e magari di dimenticarsi di qualche appuntamento.

Di sicuro quel mattino annodandosi la cravatta non prevedeva questa piccola occasione per scalmanarsi, ma quando essa si è presentata non ha avuto bisogno di prepararsi o cambiarsi, e neppure di togliersi la giacca. Ha chiamato, ha detto – passamela! – e via. È il modo di essere libero e tipico del bambino, che può correre senza remore dietro al pallone anche fuori della chiesa, dopo la prima comunione, con il vestito della festa e i mocassini, perché a vedere una palla che salta e rotola non si può star lì a guardare. Oltre i quindici o sedici anni, la vita attenta e pulita opprime, nega la possibilità di un simile divertimento, così estemporaneo e anarchico, e vedere il poeta in cravatta che gioca per strada a trenta e a quarant’anni mette addosso una qualche malinconia.

Questo, in sintesi, l’originale pensiero di un intellettuale a tutto tondo come Pier Paolo Pasolini sul gioco del calcio. La prossima quarta (ed ultima) parte affronterà il football dal punto di vista narrativo, teatrale, e pittorico. Ancora buona lettura!

post image

LA POESIA DEL CALCIO (O IL CALCIO COME POESIA)? (SECONDA PARTE)

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti

Il calcio, lo sport più popolare del mondo, sta continuando a vivere, come del resto tantissime altre attività umane, un momento di stasi in quasi tutto il pianeta, a causa della nota pandemia virale. Solo in alcuni Paesi si è ritornati a svolgere i campionati regolari, pur tra molte difficoltà e limitazioni; nella maggior parte dei restanti Paesi si sta cercando di ricominciare, ma la strada da percorrere non è, e non sarà affatto facile. In attesa che l’attività riprenda, moltissimi nel mondo ripercorrono la Storia, passata e recente, di questo sport; questa passione, diventata sentimento popolare, nonostante le sue contraddizioni, gli aspetti spesso non positivi ( i troppi soldi che girano, la violenza dentro e fuori gli stadi, l’eccesso di protagonismo), non possono far dimenticare la bellezza del gesto atletico, l’ammirazione per i fuoriclasse, la metafora della vita (vincere o perdere, difesa ed attacco, la gioia, il trionfo della vittoria, l’amarezza e il rimpianto per la sconfitta).
Nel corso degli ultimi secoli (due in particolare), poeti, artisti, narratori, cineasti, giornalisti hanno celebrato il calcio, soprattutto quello dei tempi mitici, quando i campi fangosi, palloni di cuoio pesante, erano le arene ideali dove un tempo si battagliavano gladiatori e cavalieri.

Uno dei primissimi collegamenti tra letteratura e calcio (in senso lato, gioco del pallone), riguarda Giacomo Leopardi, uno dei massimi Poeti italiani, il quale compose, tra i suoi Canti, la lirica «Ad un vincitore nel pallone» (1821). Tale poesia è dedicata ad un campione dell’epoca, tale Carlo Didimi, conte, futuro patriota mazziniano, uno dei più famosi giocatori di pallone col bracciale, pratica sportiva diffusissima nel 18° e 19° secolo, praticata negli sferisteri, veri teatri sportivi, dei quali il più famoso, quello di Macerata, di stile neoclassico, è ancora molto impiegato nei concerti e nelle rappresentazioni di opere liriche. Tale gioco, in Italia, cedette definitivamente il passo, e la relativa popolarità, al calcio, verso il 1920 (il football, italianizzato calcio, che i marinai inglesi avevano introdotto già nella seconda metà del 19 ° secolo nel Bel Paese).

Al tempo dei primi Canti (o Canzoni), Leopardi credeva al riscatto italico (l’Italia, all’epoca, era ancora suddivisa in molti stati, dominati da dinastie austriache, francesi, spagnole, mentre la patria di Giacomo Leopardi, Recanati, si trovava nello Stato Pontificio).
La metafora dello sport è utilizzata dal Poeta per esortare gli Italiani a svegliarsi dal proprio ozio, per onorare la Patria, così come avevano fatto gli eroi della Classicità.

A UN VINCITORE NEL PALLONE

Giacomo Leopardi

Di gloria il viso e la gioconda voce,
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s’alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l’echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell’età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Del barbarico sangue in Maratona
Non colorò la destra
Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
Che stupido mirò l’ardua palestra,
Né la palma beata e la corona
D’emula brama il punse. E nell’Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
Delle cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e il greco acciaro
Guidò de’ Medi fuggitivi e stanchi
Nelle pallide torme; onde sonaro
Di sconsolato grido
L’alto sen dell’Eufrate e il servo lido.

Vano dirai quel che disserra e scote
Della virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital negli egri petti avviva
Il caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son l’opre de’ mortali? ed è men vano
Della menzogna il vero? A noi di lieti
Inganni e di felici ombre soccorse
Natura stessa: e là dove l’insano
Costume ai forti errori esca non porse,
Negli ozi oscuri e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch’alle ruine
Delle italiche moli
Insultino gli armenti, e che l’aratro
Sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien volti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l’atro
Bosco mormorerà fra le alte mura;
Se la funesta delle patrie cose
Obblivion dalle perverse menti
Non isgombrano i fati, e la matura
Clade non torce dalle abbiette genti
Il ciel fatto cortese
Dal rimembrar delle passate imprese.

Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch’ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s’onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne’ perigli avvolta,
Se stessa obblia, nè delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

Umberto Saba (Trieste, 1883-Gorizia 1957) è stato uno dei più importanti poeti italiani del Novecento. Molte delle sue opere letterarie, soprattutto poetiche, hanno attraversato il periodo tra le due guerre mondiali, che Saba, di famiglia ebrea, raccolse in massima parte nel Canzoniere, una delle più importanti opere letterarie di quel periodo.

Rimandando ad occasione più opportuna la sua storia letteraria ed umana completa, rimanendo nel tema del calcio, cinque sono le poesie che Saba scrisse su di esso, inserite nella sezione del Canzoniere intitolata Parole (1933-34).

Umberto Saba non era un appassionato di calcio; queste famose poesie nascono da un biglietto donato da un amico, che, non potendo recarsi a un Triestina-Ambrosiana (quest’ultima squadra la più favorita), «costrinse» il Poeta a recarsi allo stadio, complice anche una bella giornata di sole, e l’entusiasmo dei familiari.

L’esperienza di quella giornata fu memorabile per Saba, sebbene la partita si concluse sullo zero a zero («nessuna offesa varcava la porta»). Il Poeta si recò successivamente a una partita infrasettimanale col Padova; questa squadra, partita favorita con la Triestina, riportò a sorpresa un successo. Gli spettatori erano pochi: «piaceva/essere così pochi, intirizziti/uniti,/come ultimi uomini su un monte,/a guardare di là l’ultima gara.». Fu, questa, la partita che suggerì ad Umberto Saba le celebri immagini dei due portieri, che molti di noi impararono a scuola (e che parte della critica giudicò con disprezzo, ma che invece restano dei versi di grande suggestione e bellezza).

Cinque poesie sul gioco del calcio
da – Il canzoniere

I – Squadra paesana

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-
alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.
Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose
sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
soli d’inverno.

Le angoscie
che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi così lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente – ugualmente commosso.

II – Tre momenti

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi,quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

III – Tredicesima partita

Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.
E quando
– smisurata raggiera – il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano sue e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
essere così pochi intirizziti
uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

IV – Fanciulli allo stadio

Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.

Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

V – Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Pier Paolo Pasolini amò tantissimo tanto il calcio, sport che aveva praticato sin dall’infanzia, considerato dall’Autore sanamente popolare, vissuto quasi come un rito collettivo da condividere con la propria comunità. In una sia intervista, Pasolini, bolognese di nascita, ma di profonda cultura friulana, celebrerà questo sport, in maniera originale, quasi dissacrante, innalzando a livelli quasi sacri, artistici:

«… Io sono tifoso del Bologna. Non tanto perché sono nato a Bologna quanto perché a Bologna, (…) sono ritornato a quattordici anni, e ho cominciato a giocare a pallone. (…) I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo «Stukas»: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale!»
(PIER PAOLO PASOLINI, Allo stadio la passione non cambia, dalla rubrica Il caos del settimanale Tempo, 4 gennaio 1969)

Questa tematica, la passione di Pier Paolo Pasolini per il calcio, verrà approfondita in una terza parte di questo articolo; una quarta parte vedrà invece come protagonisti alcuni autori che, nel campo della letteratura, dell’arte figurativa, del cinema e del teatro, in vari periodi ed in varie parti del mondo, hanno affrontato il tema del calcio.
Buone prossime letture!


BIBLIOGRAFIA:

Cinque poesie sul gioco del calcio

Poesia – Saba

Giacomo Leopardi – Poesie

TRA LETTERATURA E CALCIO: Leopardi, Saba, Pasolini

Pasolini rossoblu

post image

LA POESIA DEL CALCIO (O IL CALCIO COME POESIA)? (PRIMA PARTE)

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti

In questo periodo di blocco totale delle attività sportive dovuto alla pandemia da Nuovo Coronavirus (COVID-19), molti sentono, da ormai diverse settimane, la mancanza dello sport più popolare del mondo: il calcio, ovvero il football (o soccer, negli USA). Nell’incertezza che i campionati di calcio nei cinque Continenti possano riprendere regolarmente, rinviato il Campionato Europeo per Nazioni che si sarebbe dovuto svolgere quest’anno in varie città del Vecchio Continente dal mese di giugno, rinviate anche le gare per i titoli continentali ed intercontinentali, per alcuni di noi, ragazzi degli anni ’50, la mente, più o meno privata di questo grande giocattolo mondiale, corre agli anni passati, quando il gioco del calcio era un fenomeno ancora nella sostanza genuino, non come ormai da anni drogato ed appesantito dai tantissimi soldi che gli girano intorno, con gli sponsors, i diritti televisivi, lo sfruttamento pubblicitario dei marchi e tutto il merchandising che ne consegue, le scommesse, i ritmi forsennati degli incontri durante tutta la settimana, e così via.

I giocatori di un tempo (almeno fino agli anni ’80), quelli che sarebbero diventati dei futuri campioni, così come gli onesti pedatori di lungo corso e le meteore, bruciatesi nel giro di pochi anni, nascevano prevalentemente come ragazzi semplici, figli del dopoguerra o poco prima, provenienti molto spesso della provincia, o delle periferie delle grandi città. Figli in gran parte delle classi sociali meno agiate, se non addirittura proletarie, di famiglie numerose con pochi soldi, e la necessità di crescere in fretta. Il loro primo palcoscenico era l’oratorio, e quei dannati campetti spelacchiati o in terra battuta contigui alla parrocchia, col prete spesso a fare da arbitro; talvolta il campetto era quello ancora più misero di un convitto per orfani, o, tout court, la strada, nella peggiore delle ipotesi di una borgata, di un barrio fatiscente, o di una favela. La palla talvolta era di stracci, o di durissimo cuoio; i piedi calzavano, nella migliore delle ipotesi, scarpette consumate dai fratelli maggiori, o dai padri; famiglie di operai e di casalinghe, dove, lasciata spesso precocemente la scuola, il calcio era il divertimento dopo svariati lavoretti di garzone per pochi centesimi…un bel giorno, magari «scoperti» da talentscouts improvvisati, ma dal fiuto speciale; personaggi che offrivano a questi ragazzi la possibilità di fare dei provini per squadre di provincia, magari coltivando il sogno di finire in qualche club prestigioso, come – in Italia, la Juventus, l’Internazionale, il Milan…il Grande Torino che si schiantò, nel maggio del 1949, a causa di una nebbia fittissima, contro la Basilica di Superga, al ritorno di una partita amichevole giocata a Lisbona.

Beninteso, ogni Nazione di grande tradizione calcistica, che sia europea o sudamericana, ha le bacheche piene di trofei nazionali ed internazionali, e, di certo, non mancano, al giorno d’oggi, grandi campioni indiscussi, che mi parrebbe finanche pleonastico nominare, mentre rincorro con la mente le gesta sportive di Pelè, di Maradona, di Puskas, di Di Stefano, di Mazzola, di Sivori, di Riva….e tanti altri.

Noi, gente di sessant’anni o più, abbiamo ancora nel cuore questi, e tanti altri calciatori; siamo ancora rimasti innamorati di «quel» calcio, quello che, da ragazzi, ascoltavamo, frementi ed emozionati, dalle radioline a transistors incollate all’orecchio…il rito domenicale della partita si ripeteva, invariabilmente, dopo il pranzo, quasi come una Messa laica…il pallone era un dio, ed i calciatori i suoi apostoli.

I calciatori di una volta non erano imbellettati, rasati, lucidati, tatuati, palestrati all’inverosimile come oggi: spesso erano ragazzi un po’ goffi, con certe facce precocemente invecchiate, coi denti un po’ così…le maglie erano semplici, a volte un po’ sformate, con i numeri dall’1 all’11 rigorosamente cuciti a mano, senza nomi, senza pubblicità invadenti, fastidiose, ruffiane; gli scarpini non avevano marchi globalizzati, e la palla, nella sua massima evoluzione, era invariabilmente bianca con esagoni bianchi e pentagoni neri; solo nelle partite con i campi innevati la palla talvolta sfolgorava di un arancione acceso.

Da qui, l’idea nostalgica di ritrovare quella «poesia» del calcio, che, purtroppo, mai più esisterà.

Oggi il calcio è un fenomeno più commerciale che sportivo, ed è inutile illudersi…indietro non si ritornerà…sebbene non sia detto che questa situazione attuale di sosta forzata, imprevedibile ed impensabile solo tre-quattro mesi fa, con ricadute negative anche in questo settore, non possa recuperare, almeno in parte, le ragioni di uno sport magari meno ricco, meno patinato, dove non sia solo il business a dettare tempi e modi di questo gioco che è anche lo spettacolo più seguito del mondo. Succederà? Non succederà? Lo vedremo nei prossimi mesi.

Nel frattempo, io, nostalgico di «quel» calcio di tanti anni fa, non posso non ricordare, come tutti gli appassionati italiani in questi giorni, la storica vittoria del titolo italiano di calcio (lo Scudetto della Serie A), da parte della squadra del Cagliari, capoluogo della Regione Sardegna, avvenuta 50 anni fa, nella mitica stagione 1969-70, quella nella quale i sardi dominarono, guidati da un allenatore anti-divo come Manlio Scopigno, detto «il Filosofo», e condotta da formidabili calciatori come Albertosi, Nené, Cera, Domenghini, Gori, Greatti.

Ma soprattutto dal grande, immenso Gigi Riva, il «Rombo di Tuono», che, col suo sinistro di terrificante potenza, e con i suoi goals, portò non solo una squadra, ma un’intera città e una intera regione, per giunta del Sud Italia, al trionfo….mai più ripetuto, e che forse mai più si ripeterà.

Gigi Riva, classe 1944, lombardo di nascita, capitato quasi per caso in Sardegna, un’ infanzia umile e difficile, divenne l’Eroe assoluto di quella squadra, quella – tanto per capirci – che costituì l’ossatura della Nazionale italiana dei Mondiali di Messico ’70, quella di Italia-Germania Ovest 4-3, con altri campioni come Mazzola, Rivera, Boninsegna, considerata ancora oggi la partita di calcio più bella del ventesimo secolo…purtroppo gli azzurri furono sconfitti poi dal Brasile in finale, ma l’eco di quella vittoria fa e farà ancora piangere i teutonici…almeno per altri 50 anni!

Gigi Riva, monumento vivente ancora oggi, non si lasciò tentare dalle lusinghe delle squadre di Milano, di Torino o di Roma, e rimase fedele alla squadra ed all’isola che lo consacrò Campione per sempre…solo un bruttissimo infortunio in una partita della Nazionale Italiana contro l’Austria, compromise una carriera che lo avrebbe sicuramente messo tra i primi cinque o sei calciatori più grandi di tutti i tempi….
Ma il calcio come «poesia», nei tempi più o meno passati, è stato anche poesia sul calcio…e, questo, è l’obiettivo di questo articolo, che proseguirà, nella sua seconda parte, con una sorpresa: cinque poesie di Umberto Saba, grande poeta triestino, dedicate al football.

Il calcio non visto solo come mero atto sportivo ed agonistico, ma come metafora della vita, con le sue vittorie, le sue sconfitte, dove i calciatori, ma anche gli arbitri, gli allenatori, gli spettatori assumono contorni quasi mitici, degni di Omero e di Virgilio, degni dei lirici greci e latini, ma anche di chi, in tempi più recenti, si è dedicato alla materia calcistica nella poesia, nella narrativa, nel cinema e nelle arti figurative…materia già consegnata alla Classicità.

post image

LA POESÍA EN LOS TIEMPOS DE LA PANDEMIA

Il Giaciglio Pensante

Por: Nicola Foti

¿Cómo vive, cómo cobra vida la poesía en el momento de la pandemia, de la reclusión de personas en sus hogares, en sus lugares de trabajo, sin el impulso de caricias, abrazos, relaciones íntimas? La poesía está, y siempre estará desactualizada, siempre sorprenderá por su carácter que escapa a cualquier noticia, cualquier contingencia. Sobre todo, nunca será un negocio o una profesión. Nunca tendrá como objetivo alcanzar una meta materialista, lograr un propósito vano, cosechar el éxito superfluo. El verdadero poeta no vive de la poesía, no come con la poesía, sino que vive para servir a la poesía, humilde, dócil por ser su adepto, vive para nutrirla, para ser su fiel servidor, Y ella, la poesía, es su tormento y su cura, su enfermedad y su remedio. La ficción, incluso los artículos periodísticos más imaginativos, no ficticios, tienen otras tareas, que la poesía no tiene, no busca, no quiere: la poesía es, y siempre será música, un aliento vital y un fuego del alma. No debe entenderse en un sentido lógico, no necesita comprensión en un sentido semántico, pero, como la miel que se envuelve e insinúa en los pliegues del alma, que se desliza ahora densa, ahora etérea, debe ser simbólica, debe ser metáfora, surrealista. Metafísicamente debe ir más allá, de lo contrario es manifiesto, es proclama, panfleto, es crónica.

La poesía no está hecha de materia, sino que hace que los sueños importen. Y así, para siempre, ella va más allá de los límites infinitos de la mente.

post image

LA POESIA AI TEMPI DELLA PANDEMIA

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti


Come vive, come prende vita la poesia al tempo della pandemia, della clausura delle persone nelle loro case, nei propri luoghi di lavoro, senza lo slancio delle carezze, degli abbracci, dei rapporti intimi? La poesia è, e sarà sempre inattuale, sorprenderà sempre quel suo carattere che sfugge ad ogni cronaca, ad ogni contingenza. Soprattutto, non sarà mai mestiere, o professione. Non sarà mai finalizzata ad ottenere uno scopo, a raggiungere un obiettivo, a mietere successo. Il poeta vero non vive di poesia, non mangia con la poesia, ma vive per servire la poesia, umile, docile suo adepto, vive per nutrirla, servo suo fedele, suo tormento e sua cura, sua malattia e suo rimedio. La narrativa, anche quella più fantasiosa, la saggistica, i reportages giornalistici hanno altri compiti, che la poesia non ha, non cerca, non vuole: la poesia è, e sarà sempre musica, soffio vitale e fuoco dell’anima. Non va capita in senso logico, non ha bisogno di comprensione in senso semantico, ma, come miele che avvolge e s’insinua nelle pieghe dell’anima, che scivola ora denso, ora etereo, deve essere simbolico, dev’essere metafora, surrealtà, metafisicamente oltre, altrimenti è manifesto, è proclama, è cronaca.

La poesia non è fatta di materia, ma fa della materia sogno. E così, per sempre, oltre i confini infiniti della mente.

post image

ESSERE POETI (SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE)

Il Giaciglio Pensante

Di: Nicola Foti


In realtà, questo titolo si rifà ad un aforisma, riferito alla professione giornalistica «Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare»).

Lo coniò Luigi Barzini Jr., milanese di nascita, giornalista, figlio «d’arte» di quel Luigi Barzini, nato ad Orvieto, non distante da Roma, antichissima città etrusca posta in Umbria ai confini col Lazio e la Toscana, poi città romana, che ebbe il suo massimo sviluppo nel Medioevo, quando potenti famiglie nobiliari (Monaldeschi e Filippeschi in particolare, in perenne lotta tra di loro, citate anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia) ne resero le sorti.

Luigi Barzini Sr. è stato il primo giornalista italiano «d’azione», impegnato sui vari fronti dove i fatti accadevano realmente; inviò i suoi reportages, all’ inizio del Novecento, dai teatri di guerra russi, cinesi, giapponesi, da San Francisco per il disastroso terremoto, e così via. Fu anche inviato speciale al famoso raid automobilistico Parigi-Pechino del 1907…

Ad Orvieto, per inciso, io, romano per nascita e per formazione, ci lavoro, come medico radiologo ospedaliero, da oltre un quarto di secolo…

Dopo questa (doverosa) digressione, voglio ritornare alla definizione di poeta «non lavorante»: ben pochi poeti, nel corso dei secoli, hanno letteralmente potuto mangiare scrivendo poesie (il ben noto «carmina non dant panem» dell’antica Roma).

Questa antica affermazione è ancora più plausibile oggi, in cui il poeta sembra aver (volutamente?) smarrito il proprio ruolo nella società; poeti lo si è per caso, per talento o per pura passione, non già per calcolo o per professione. Mai come oggi i pur tanti poeti vivono appartati dal mondo produttivo, dalle luci della ribalta che (quasi) tutti fieramente disdegnano, da una realtà ridotta a consumo della merce, a produttività industriale, fatturato, prodotto interno lordo, guadagno.

Eppure i poeti (senza distinzione di genere) hanno, in alcuni periodi storici, anche recenti, illuminato il mondo con le loro opere, spesso militanti, condizionando, ispirando scelte sociali, politiche, ponendo le basi culturali di un Paese, di cui spesso è rimasta imperitura memoria.

Oggi, in un’epoca dove prevale il business, dove la politica è spesso rozzo, inquietante protagonismo demagogico, dove solo l’economia tira le fila del globo intero, dove i media spesso rèlegano la cultura ad un ruolo minimale, o comunque subalterno, il poeta è più che mai inattuale, legato più al sogno che all’azione, fuori dalle logiche del tempo e dello spazio, e perciò, essi stessi, «inutili».

Quei pochi poeti che varcano la soglia della popolarità, rischiano di diventare una «moda», destinati ad essere sostituiti non appena i tempi (ed i gusti) cambieranno.

Ciononostante, «questo insondabile bisogno di scrivere» (titolo, tra l’altro, di una mia poesia), tra sogno e realtà, tra sottili malinconie e nostalgici ricordi, tra tenui speranze e timidi sorrisi, tra l’osservazione della natura, fino a penetrare l’essenza stessa di essa, e tanto altro ancora, tutto questo è poesia, quel «puro distillato dell’anima» (altra mia definizione), che, a un momento, vuole uscire allo scoperto, vuole «sporcare» il foglio intonso, riempire gli spazi disponibili, farsi eterna, aspaziale, atemporale.

La poesia.

Mi sento profondamente legato alla realtà di Roma, la mia città, dove le pietre antiche narrano, cantano, talvolta imprecano, bestemmiano, si macchiano, rifulgono. La Roma degli antichi monumenti, delle statue e delle opere figurative sublimi; la Roma degli edifici classici, barocchi, eclettici; delle periferie anonime, sordide, vandalizzate; la Roma dei quartieri borghesi, popolari, moderni ma non troppo; la Roma spirituale e pagana, la Roma metropolitana ed agreste, godereccia e mistica, la Roma di ieri, di oggi di domani.
La Roma eterna.

Non so, non mi sono mai chiesto se esista veramente una scuola poetica romana in senso stretto, che si contrapponga in maniera netta alla poetica milanese, napoletana o siciliana, o di tante altre città, regioni, borghi italiani…

La operosa, feconda provincia, spesso poco conosciuta, ma che ha prodotto – un esempio per tutti – il genio e l’opera immortale di Giacomo Leopardi…

Di sicuro, Roma è il palcoscenico ideale (come altri pochi luoghi al mondo) per contestualizzare opere letterarie, narrative o poetiche…

La Roma degli antichi poeti (Orazio, Catullo, Virgilio…)…

Più recentemente, di Pascarella, del Belli, di Trilussa, di Moravia, di Pasolini, di Flaiano, di Bellezza, ed altri…

E noi, suoi figli inquieti e girovaghi, la amiamo, ed anche nelle nostre poesie le dedichiamo tutte le nostre pagine…

Di rabbia.

D’amore.

post image

TRE POESIE DI NICOLA FOTI

Di Nicola Foti


MATTINA SENZA FRETTA

Mattina senza fretta
Restiamo
Nell’immota lentezza
Soppesiamo il silenzio
Fuori, la corsa vana
Dentro, il nostro
Minuscolo universo
Che si scioglie in piacere
Di corpi che si uniscono
E s’impastano
Di umori densi
Fuori, sprazzi d’azzurro
Dentro, scie di dolcezza
Che sgorgano da orgasmi
Improvvisati
Se in questo v’è bellezza
È lo stupore di panni
Gettati alla rinfusa
Ai nostri piedi
Quando il tempo è fuggito
E la vita di fuori
Ti risucchia
Ma gli attimi d’eterno
Sono linfa preziosa
Dopo di noi, l’eclissi
Ritorneremo
Figure in movimento
Di un incomprensibile dovere
Ora giacciamo
Anime nude
Liquida gioia
Chiazze d’estasi

QUANDO RITORNERÒ

Quando ritornerò
Ad essere pensiero
Esile stato d’animo
Un soffio impercettibile
Sarò con te
Forse lo avvertirai
Come un batter di ciglia
Un poco più di nulla
Dove si curva il mare
E il cielo rosso annega
La quiete delle onde
Cela correnti aspre
L’eterno incontro e scontro
Sotto il pelo dell’acqua
Nasconderà energia
Che fu in me
Quando l’onda si scaglia
E sonora si frange
Tra gli spruzzi iridei
Sarà forza ed orgasmo
E frizzerà la schiuma
E si ritirerà
Ritrascinandosi indietro
Bagnati sentimenti
Come piccoli ciottoli
Come sottil dolore
In fondo a gioia pura
Perché niente rimane
Se non questo pensiero
E il brivido improvviso
Che ti sveltisce il battito
Sarà la mia presenza
Polvere mia dispersa
Tra cielo e il blu profondo
Ritornerò elemento
Particella di mondo
Il verso
La parola
Il tepore
Un caldo raggio
D’infinito amore
Per te

SE I TUOI OCCHI PARLASSERO

Se i tuoi occhi parlassero
Basterebbe un tuo sguardo
A parlarmi d’amore
Ad uccidermi di silenzi
Se le tue mani vedessero
Felici perderebbero la luce
Cieche, strette
Nei nostri abbracci
Se la tua bocca ascoltasse
S’inebrierebbe della musica
Languida, sferzante melodia
Dei nostri insaziabili baci
Ma se il mio cuore toccasse il tuo cuore
E in lui entrasse
Sarebbe esplosione di vita
Tempesta d’amore urente
Quando la pelle si fa sottile
E brucia di desiderio
Sogno o realtà è lo stesso
Ti aspetto
Come dura pietra
Da tormenti corrosa
Nutrimento e rifugio darà
Al fiore più bello e superbo


Biografia dell’autore: 

Nicola Foti, nato e vissuto a Roma, compie studi classici al liceo Orazio, si laurea in Medicina in Radiodiagnostica e Scienza delle Immagini all’Università Cattolica. Da oltre ventisette anni lavora in ospetale al posto di dirigente medico radiologo, gran parte dei quali all’ospetale di Orvieto.

Spirito libero, eclettico, attratto da qualsiasi attività ed espressione artistica, viaggiatore appassionato… ed altro ancora.

Con Intermedia Edizioni ha già pubblicato nel corrente anno 2018, la silloge poetica “Vivere di Sbieco” e “La Penombra dell’anima”

A partire dal 2018 comincia ad essere una presenza assidua all’incontro poetico del caffè Gijón di Madrid.

Nel 2018 ha partecipato ad alcuni recitals, i principali dei  quali a Roma e a Madrid. Nell’anno corrente, a Roma, a Madrid e a Firenze.

post image

INSONNE

Di Nicola Foti


Insonne, interminabile la notte.

Tempo soffuso, immerso in questo letto sfatto, gli oggetti in un muto, immobile dialogo senza risposta. Tenui acufeni monocordi.

Caduto nel torpore quasi all’alba.

Draghi volanti, teschi che roteano nell’incubo all’aurora; e volo mollemente, e il fischio acuto, insinuante di un sonno senza ristoro.

Già la realtà dolente del mattino, nel malato risveglio del dovere, che cancella il sogno, e lo ricaccia nella trappola del desiderio.

Ora.

post image

NICOLA FOTI | POESÍA, LA LUZ DEL ALMA

En este número de diciembre nos acompaña con su poesía el poeta italiano Nicola Foti, del que podemos decir que es un poeta único en su especie, debido a la fluidez de sus versos, a su musicalidad irresistible, al uso magistral del simbolismo y la metáfora dentro de su obra poética.

Nicola Foti nace y vive en Roma, realiza estudios clásicos en el Liceo Orazio, más tarde se licencia en Medicina en Radiodiagnóstico y Ciencia de la Imagen en la Universidad Católica. Durante más de veintisiete años ha trabajado en el hospital como radiólogo, muchos de ellos en el Hospital Orvieto. Espíritu libre, ecléctico, atraído por cualquier actividad y expresión artística, viajero apasionado … y más.

A publicado durante el año 2018 los poemarios «Vivere di Sbieco» y «La Penombra dell’anima» con Intermedia Edizioni.

R.P: ¿Cuándo comenzaste con la poesía?

N.F: La verdad es que no recuerdo cuando comencé realmente a sentir pasión por la poesía, pero desde los 4 o 5 años, que comencé a leer los trabajos escolares de mi hermana tres años mayor que yo «al revés», comencé a sentir pasión por la escritura y la lectura.

Mis primeros poemas, sin embargo los escribí durante la secundaria…

Durante esta etapa comencé a escribir poemas de amor (Amor ingenuo), también escribía poemas satíricos, goliárdicos, para cantar tal vez con los amigos en los campamentos de verano o en nuestras reuniones nocturnas, donde se mezclaban la risa con la música y la lectura mas comprometidas de los 70.

Tanta poesía de la época …

Prévert, Pasolini, los poetas malditos, la Generación Beat …

Más tarde, escribí poesía al principio de la Universidad (Facultad de Medicina y Cirugía en Roma), donde el tema del amor aún era dominante, a menudo desilusionado, a veces desesperado …

Fueron años de sacrificio, de estudio, pero también un período irrepetible de estímulos culturales, del que Roma siempre ha sido rica …

Más tarde, durante muchos años, nada.

Poemas muy raros, vinculados más a la emoción del momento que a una continuidad con los años anteriores … algunas canciones infantiles goliardicas para alegrar un aniversario, pero nada más.

Y todo esto … hasta hace unos tres años.

El descubrimiento de Facebook como un posible lugar de encuentro para todos aquellos que escriben poesía … La lectura de poemas de varios autores, la confrontación dialéctica ideal con algunos de ellos… Y la pasión poética renace otra vez, como todas las pasiones, y todas las demás cosas …

R.P: ¿Hasta cuándo estarás en la poesía?

N.F: La respuesta es simple – nunca como en este caso – sopla en el viento …

R.P: ¿Qué es la poesía para ti?

N.F:Cada uno de nosotros tiene una posible respuesta, pero la respuesta sobre lo que es la poesía nadie la sabe…

Justamente por esto han existido milenios de poesía, y seguirán existiendo un tanto más…
Así como Dios, o el todo, o la nada.

Di dos descripciones en mis dos libros: la poesía como «espíritu puro del alma» (en Vivere di sbieco), o como ese momento, ese momento en particular, que todos los poetas esperan: ya no hay distinción entre el día y la noche. , entre la realidad y el sueño, entre la luz y la sombra.

La condición ideal para que la poesía venga …
La penumbra.
Del alma.
Y este es también el título de mi segundo libro.
Como los primeros, son títulos que creé.
Incluso cuando los poetas no creamos nada …
Sólo somos buscadores de palabras.
Y, una vez que encuentres las palabras, las cargamos en tu espalda.
A veces nos molestan dolorosamente … pero los soportamos, como peso necesario, en la vida …
A veces, leer, nos hacen volar …..
Así que por milenios.
Así será para siempre.

POESÍA:

COMO UNA INSINUANTE PLEGARIA

Resuena en mi mente
tu nombre
como una insinuante plegaria.

Perfumas de incienso
la llama que derrite la cera
sobre la frente perlada de sangre
de Jesucristo.
Y en él encuentras el refugio
que desde tanto tiempo implorabas.

Como a una virgen negra
te venero desde la sombra.
Abres los húmedos labios;
purpúrea puerta
donde la vida se hacer carne
y grita desde lo más profundo.

Madre exenta de toda mácula,
ofrece a tu hijo al mundo
libre del pecado
que la fe redime.

Si amarte es pecado
arderé eternamente;
moriré mil veces
como el toro muere
por la espada amada
y que el corazón le quiebra.

Impregnaré de rojo
tus jóvenes pechos
donde dulcemente se encuentra la muerte;
Y el otoño cuajado de silencio
por la coloreada lluvia
encharca los caminos
donde el alma yace.

SI TUS OJOS HABLARAN

Si tus ojos hablaran,
una mirada sería suficiente
para hablarme de amor,
para matarme de silencio.

Si tus manos atisbaran la felicidad
perderían la ciega luz, aferrada
entre nuestros abrazos.

Si tu boca pudiera escuchar,
se embriagaría con la languidez
de la música, con la melodía de nuestros
besos insaciables.

Pero si mi corazón tocara el tuyo
y entrara en él,
la vida se asemejaría a un estallido,
sería una ardiente tormenta de amor
donde la piel es tenue
y arde con el deseo,
y sueño y realidad se funden en uno solo.

Te esperaré
cómo la sólida roca
corroída por la tormenta
para dar alimento y refugio
a la más bella y magnífica flor.

Del poemario Vivere di sbieco
Intermedia Edizioni – 2018

This site is protected by wp-copyrightpro.com

error: Content is protected !!